REAL MADRID/ Mourinho: i tifosi mi amano, i giocatori devono “morire” in campo

- La Redazione

José Mourinho ha parlato oggi alla televisione ufficiale del Real Madrid: ecco cosa chiede ai suoi giocatori, e sul suo rapporto con i tifosi si dimostra molto sicuro…

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José Mourinho (Infophoto)

E’ stato un José Mourinho a tutto campo quello che è intervenuto oggi alla televisione ufficiale del Real Madrid, club che il celeberrimo allenatore portoghese guida dall’estate del 2010. D’altronde lo ‘Special One’ non è mai banale, e questa volta è potuto andare a ruota libera: in una intervista della tv ufficiale al proprio allenatore non c’è contraddittorio – fatto che peraltro non ha mai creato problemi a Mou. Quindi niente frasi memorabili, niente ‘prostituzione intellettuale’, ‘zero titoli’ oppure ‘io non sono un pirla’ (giusto per ricordare le citazioni più famose delle due stagioni all’Inter), ma comunque diversi concetti interessanti non sono mancati. Il primo riguarda l’atteggiamento che un giocatore del Madrid deve avere ogni volta che scende in campo: “Un jugador del Madrid debe morir en el campo”. Traduzione facile: un giocatore del Real deve morire in campo. Espressione che in gergo calcistico indica che durante una partita di calcio si deve dare tutto, senza risparmiarsi per nessun motivo. Il riferimento immediato è alla rimonta con il Manchester City in Champions League, occasione nella quale il pubblico “mi è piaciuto perché ci ha incitati fino alla fine anche se stavamo perdendo” e che ha portato il Real a una vittoria che ha indirizzato il girone europeo. Da qui, ecco l’affondo più interessante, verso una parte del tifo – e probabilmente della stampa – che gravita attorno al club più famoso del mondo: “Ci sono falsi madridisti che diffondono valori sbagliati”. Mourinho dimostra umiltà quando dice che “non sono nessuno nella storia del club”, ma per questo non rinuncia a far capire quali sono quelli giusti: “I tifosi del Real, in generale, mi amano. Alcuni no, è ovvio. Ma il tifoso della strada si fida molto di me. C’è chi teme che potrei stancarmi per le offese personali e abbandonare Madrid? Stancarmi no. Sono dispiaciuto. Ho figli e una moglie che soffrono per queste cose. Da parte mia non ci sono rimedi. Se la gente dovesse smettere, ne sarei felice”. Sembra lo stesso film visto a Milano: il ‘popolo’ nerazzurro era tutto con lui, senza ombra di dubbio e già molto prima del ‘Triplete’, ma la tensione impedì alla storia di andare oltre i due anni. A Madrid rischia di andare più o meno allo stesso modo (a parte il fatto che siamo alla terza stagione), e magari José sogna di lasciare ancora una volta vincendo la Champions, che sarebbe la terza personale in tre club diversi, e la decima nella storia del Real Madrid.

La stagione di certo non è iniziata nel modo migliore: “L’inizio di stagione è stato disumano. La Liga dei record, l’Europeo, poche vacanze, poco precampionato e quel poco che hai viene interrotto dalle amichevoli delle nazionali. Devo combattere contro tutto questo. Ora siamo pronti per lottare per tutto. Non accetto che la mia squadra stia a quindici punti dalla vetta o che regali la Copa del Rey. Questa squadra vuole tutto. È responsabilità di questo gruppo, è la nostra identità”. Questo senza nulla togliere all’importanza delle Nazionali: “Il fatto di avere così tanti giocatori impegnati con le loro Nazionali è importante: significa che abbiamo giocatori di qualità, che non sono titolari qui ma sono fondamentali per i loro paesi. Pensate a Kakà e al suo ritorno con la Seleçao”. Finalmente belle parole anche per il brasiliano, dunque. Infine, Mourinho torna sul ‘Clasico’ contro il Barcellona: “Per me era fondamentale recuperare la mia squadra, non tornare a casa a 5 o a 11 punti di distanza. Siamo rimasti come eravamo (a -8 dal Barcellona, ndr) e ovviamente non sono stato felice del pari perché avremmo potuto vincere ma sono contento per il gioco”.



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