CANTONE LASCIA L’ANAC/ Una rivoluzione culturale che batte Mani pulite

- Antonio Pagliano

Raffaele Cantone lascia la guida dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, ma il suo approccio realistico, basato sulla prevenzione, deve essere proseguito

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Raffaele Cantone, ex capo dell'Anac (LaPresse)

Era nell’aria già da un po’, ma forse un’accelerazione così improvvisa se l’aspettavano in pochi. Di certo, il malessere del presidente Cantone era diventato palese e non occorreva essere un amico intimo per rendersene conto. D’altronde l’intero consiglio direttivo dell’Autorità Anticorruzione vive da mesi il medesimo stato d’animo e così ora serpeggia in quella stanze un certo sconcerto.

Il governo giallo-verde non ha mai mostrato troppo feeling verso l’Anac e verso Cantone, vedendo in lui e in quell’esperienza una delle migliori iniziative promosse dal vituperato governo Renzi. Chi invece quelle stanze le ha vissute quasi dalla sua nascita ha avuto il privilegio di assistere – e talvolta supportare – la crescita di una straordinaria sfida ai tradizionali approcci repressivi dei fenomeni corruttivi. 

La svolta è insita nella convinzione che la corruzione non può essere contrastata con successo se non attraverso una forte e costante azione di prevenzione. Questo ha rappresentato l’Anac di Cantone, una straordinaria macchina di prevenzione che fra limiti organizzativi e difficoltà ambientali ha investito per la prima volta nel nostro paese su una rivoluzione culturale: le sentinelle della corruzione devono operare dall’interno dell’apparato amministrativo e, anche se con poteri spesso discutibilmente limitati, svolgere il ruolo strategico di primo frangiflutti. 

È innegabile che l’entusiasmo iniziale sia andato via via sempre più scemando. Alle prime iniziative di formazione si respirava il clima di un consenso travolgente. Spesso si assisteva alla corsa a farsi fotografare con un uomo che godeva in quella fase di una fiducia illimitata del Paese. 

Difficile dire se quella fiducia sia andata scemando per colpa del protagonista, che invece, a parere di molti, ha saputo amministrarla con grande attenzione e saggezza, senza mai lasciare neanche l’ombra del dubbio che volesse usarla a fini politici. 

Che lui e la sua struttura sia stata eretta a totem della legalità la dice lunga sulla fame di legalità che attanaglia l’economia e le istituzioni italiane. 

Purtroppo proprio negli stessi giorni in cui si è pianta la scomparsa di Francesco Saverio Borrelli, una delle figure simbolo di Mani pulite e della stagione del ‘92, si consuma anche la fine della prima stagione dell’Anac. 

Coincidenze. Convergenze. 

Certo, sono stati commessi errori, ma non si è capito fino in fondo l’enorme scommessa che si era lanciata sul futuro del Paese.  

Quella scommessa non può essere tradita proprio ora. Quella scommessa, più della stagione di Mani pulite, rappresenta la vera rivoluzione culturale di cui l’Italia ha bisogno e che occorre perseguire a ogni costo. 

L’esperimento rappresentato da Anac deve “resistere, resistere, resistere” – per dirla con le parole del procuratore Borrelli – anche al ricambio della sua presidenza. Troveremo altri uomini e donne che vorranno continuare quello che sin qui è stato fatto.

I corrotti non si “spazzano via”, i corrotti si contengono, si prevengono, si rallentano. 

Programma poco suadente, ma molto realistico.

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