CAOS ALGERIA/ Se Di Maio e Conte si “dimenticano” dell’Eni

- Giuseppe Gagliano

Le elezioni presidenziali algerine si sono risolte all’insegna della continuità, ma la situazione sociale e politica rimane delicata. L’Italia non può assentarsi

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Proteste in Algeria (LaPresse)

Le recenti elezioni presidenziali algerine del 12 dicembre hanno sostanzialmente confermato l’analisi che abbiamo compiuto in un articolo precedente e cioè che ancora una volta le forze armate algerine sono riuscite a mantenere e salvaguardare il loro potere politico all’interno della Algeria.

Infatti il vincitore della competizione elettorale, Abdelmadjid Tebboune – che è stato ministro della Comunicazione e della Cultura, ministro delegato alle Comunità locali, ministro per la Pianificazione urbana, ministro ad interim per il Commercio e nel 2017 per quasi tre mesi premier – non può certo rappresentare un elemento politico di discontinuità come invece avevano auspicato i rappresentanti del movimento Hiraq, visto che è considerato vicino al generale Ahmed Gaid Salah.

Inoltre è necessario tenere presente che le lezioni non hanno certo visto una massiccia affluenza alle urne. Al contrario: l’affluenza è arrivata circa al 38%, un dato molto rilevante perché attesta un’affluenza molto bassa e soprattutto dimostra come il tentativo di boicottare queste lezioni attraverso scioperi e proteste si sia rivelato efficace.

Nello specifico non c’è dubbio che queste elezioni abbiano dimostrato la credibilità e soprattutto l’abilità politica del capo di stato maggiore e vice ministro della Difesa Ahmad Gaid Salah, che è stato in grado di assumere un atteggiamento da politico consumato nei confronti del movimento di protesta: dalla condanna dei manifestanti al tentativo di attuare nei loro confronti un vera e propria captatio benevolentiae, fino alla repressione capillare.

Fra i possibili scenari politici prevedibili non vi possono essere che quelli della contrapposizione frontale, che potrebbe portare ad una sempre più ampia e sistematica repressione da parte dell’esercito, a reciproche concessioni – che finirebbero tuttavia per privare di credibilità soprattutto il movimento di protesta – fino alla graduale e inesorabile erosione del movimento di protesta che finirebbe per esaurire la sua spinta antagonista.

Superfluo sottolineare che il nostro paese dovrebbe seguire con estrema attenzione gli sviluppi politici dell’Algeria, non solo per la questione migratoria e per il terrorismo di matrice islamica, ma soprattutto per la questione energetica dato che l’Eni, che lavora in modo sinergico con la sua omologa Sonatrach – che controlla l’80% del settore energetico algerino e costituisce un’istituzione e un potere di non minore importanza rispetto alla classe politica e all’esercito – gioca un ruolo rilevante.

Unitamente alla Libia infatti l’Algeria è il secondo fornitore di gas per il nostro Paese. Stando ai dati più recenti la produzione giornaliera è di circa 85mila barili e ciò consente a Eni di essere l’azienda più importante in Algeria, nonostante il fatto che abbia accordi di stretta collaborazione con la Total francese, con l’americana Anardarko e con l’anglo-australiana Bhp.



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