CAOS ETIOPIA/ “Si rischia una nuova Kabul, ma la Cina non può permetterlo”

- int. Marco Di Liddo

La Cina si schiera apertamente con il governo etiope mentre l’Unione Europea evacua il personale da Addis Abeba. La situazione potrebbe precipitare

Tigray, Etiopia
Etiopia, guerra con i ribelli del Tigray (LaPresse, 2021)

La situazione in Etiopia è sempre più caotica. L’Unione Europea ha dato ordine al personale non essenziale presente nel paese di andare via. Come ci ha detto Marco Di Liddoresponsabile dell’Area Geopolitica e analista responsabile del Desk Africa e del Desk Russia e Balcani del Cesi (Centro Studi Internazionali), “non si prendono decisioni del genere se non si hanno certezze che la situazione sia ormai incontrollabile e possa precipitare nel caos”.

Una situazione che sfugge ormai a ogni possibilità di essere decifrata: il governo di Addis Abeba ha rilasciato una serie di comunicati in cui si afferma di aver riconquistato diverse località che erano cadute in mano ai ribelli del Tigray come la città di Chifra, nella regione di Afar, che era stata conquistata con l’intenzione di bloccare l’accesso autostradale che collega Addis Abeba al porto di Gibuti, principale porto del Corno d’Africa e sbocco commerciale fondamentale per la capitale etiope.

Il primo ministro etiope ha anche invitato i ribelli a deporre le armi promettendo di finire la guerra in breve tempo e con il minimo sacrificio. “Sono rassicurazioni” ci ha detto ancora Di Liddo “che lasciano il tempo che trovano, perché le milizie del Tigray sono tutto tranne che fatte di sprovveduti e già in passato avevano dimostrato di essere in grado di arrivare ad Addis Abeba”. In questo scenario confuso spunta la Cina. Pechino ha inviato in Etiopia il proprio ministro degli Esteri che ha affermato “il pieno sostegno della Cina al governo di Ahmed”, una presa di posizioni inedita da parte cinese nelle questioni africane.

L’Unione Europea ha dato ordine al personale non essenziale di lasciare Addis Abeba: cosa significa una decisione del genere?

È una decisione significativa nel momento in cui attesta una situazione molto precaria e aleatoria. Una decisione simile non viene presa a cuor leggero. Vuol dire che le intelligence dei paesi membri dell’Unione e il personale in Etiopia hanno molti elementi per cui temono che la situazione possa diventare ingovernabile in maniera improvvisa e in poco tempo, quindi si cautela ritirando le persone che non sono necessarie.

Allo stesso tempo però il governo etiope dice di aver fermato l’avanzata dei ribelli e di aver riconquistato molte località. Sono dichiarazioni credibili?

Sono rassicurazioni che lasciano un po’ il tempo che trovano, anche perché i ribelli non sono degli sprovveduti e già in passato in occasioni storiche diverse hanno dimostrato la capacità di arrivare ad Addis Abeba in maniera diretta.

Secondo il sottosegretario generale per gli Affari umanitari e coordinatore degli Aiuti di emergenza dell’Onu, Martin Griffiths, potrebbe ripetersi quanto successo a Kabul con la partenza degli americani. Le sembra plausibile?

In linea teorica può succedere. I tigrini sono in grado di arrivare alla capitale, sulle tempistiche e le modalità non possiamo fare previsioni. Ma è vero che quanto successo a Kabul potrebbe ripetersi.

E in quel caos aumenterebbero anche i profughi, che dall’inizio delle ostilità sono già due milioni.

Certamente. È una guerra civile che porta con sé tutte le atrocità delle guerre civili. Se i tigrini arrivano alla capitale faranno repulisti, si vendicheranno di tutto quello che hanno subito negli ultimi mesi.

La Cina ha inviato il ministro degli esteri ad Addis Abeba per esprimere il totale sostegno cinese, che cambiamento potrebbe significare questo gesto?

L’Etiopia è il principale partner cinese nell’Africa orientale sotto tutti i punti di vista: economico, politico infrastrutturale. Diversi programmi e progetti di grande portata cinese sono legati alla tenuta del governo e quindi la Cina ha bisogno che il governo attuale sia stabile. Esprimersi in questo modo in sostegno del presidente Ahmed è qualcosa non dico di rivoluzionario, ma sicuramente rappresenta un cambiamento nella politica internazionale cinese, perché fino a questo momento il governo di Pechino non si è mai espresso in modo così diretto in una questione africana. È probabile che qualcosa stia cambiando.

Potrebbe essere che le vittorie annunciate dal governo siano dovute a un sostegno anche militare cinese?

Ogni dichiarazione se non è seguita da azioni concrete lascia il tempo che trova, per cui la Cina potrebbe anche aver cominciato a muoversi in modo materiale, ma non lo sappiamo, vedremo presto cosa succederà.

(Paolo Vites)

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