CAOS LIBIA/ Così l’Italia s’è persa tra sabbie libiche e paludi europee

- Paolo Quercia

La disfatta diplomatica dell’Italia in Libia dovrebbe indurre nella classe politica un profondo ripensamento. Ma una grave illusione le impedisce di farlo

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Fayez al Serraj con Giuseppe Conte (LaPresse)

Ha scritto Franco Venturini in un editoriale sul Corriere della Sera di ieri: “È il momento di compiere un passo decisivo. Se si riuscirà a formare una coalizione italo-tedesca-francese-britannica-forse spagnola capace di avere una unica linea politica e di tenere in riserva un coordinato e credibile dispositivo militare, l’Europa riuscirà a ottenere risultati e conterà di più nel mondo”.

L’analisi di Venturini, che nell’articolo prosegue con una condivisibile lettura realistica dell’inazione italiana in Libia, è pero fallata da un’inversione logica nelle sue premesse. L’Europa non sta affatto cercando (e non lo farà mai) di avere un ruolo in Libia per contare di più nel mondo; è piuttosto l’Italia che è costretta ad avere un ruolo in Libia se vuole contare qualcosina in più in Europa.

Le questioni del duplice dramma geopolitico euro-libico che l’Italia sta vivendo sono ormai profondamente legate tra loro. Questo a causa delle peculiarità della costruzione europea e delle incomprese meccaniche delle relazioni internazionali reali, che sono molto diverse da quelle che gli italiani comunemente ritengono.

La fiducia ingenua con cui attendiamo un intervento dell’Europa manifesta non solo un complesso di inferiorità non sempre giustificato nei confronti dei partner europei, ma anche l’incapacità di portare a termine una semplice analisi strategica di una situazione internazionale.

A noi pare che la politica estera europea, per non parlare di quella di sicurezza, non esista in natura ma sia piuttosto un prodotto di sintesi, generato nei corridoi dei palazzi dell’Unione Europea, in quel grande laboratorio di statualità artificiale dove ciascun Paese membro porta i propri elementi chimici, racchiusi nelle formule delle proprie politiche nazionali. La politica estera europea altro non è che una grande tavola degli elementi nazionali: ossia un criterio ordinatore di elementi che esistono in natura e che vanno resi armonici ed euro-compatibili. Poco o nulla di più. Ecco che, fuor da metafora, invocare una coesione europea su un tema di politica estera vuol dire in sintesi fare uno sforzo di europeizzazione di una consolidata posizione di politica estera nazionale. Dove per europeizzazione si deve intendere quel faticoso processo di moderazione, arrotondamento e – soprattutto – mercanteggiamento non tanto dei propri interessi nazionali quanto delle proprie azioni nazionali. Che dunque devono pre-esistere alla politica europea, anzi ne sono l’attivatore. È l’Europa stessa che si aspetta, anzi pretende, dagli Stati membri che ciascuno porti in dote degli assetti nazionali di politica estera e di sicurezza da integrare e coordinare con le azioni già esistenti degli altri Paesi per costruire un’azione europea comune che necessariamente è “di secondo livello”.  Il primo mattone della politica estera europea è dunque l’azione nazionale, che presuppone che ciascun Paese si sia già posto dei propri obiettivi strategici, vi abbia dedicato delle risorse, abbia raggiunto dei risultati.

È ben chiaro che noi italiani vorremmo disfarci della nostra residua sovranità più velocemente di quanto gli altri Paesi vorrebbero impossessarsi della nostra. Ma questo non deve distrarci dal vedere l’Unione Europea per quello che ancora è, ossia un livello supplementare delle politiche estere e di sicurezza nazionali, non come un loro sostituto. L’Europa semplicemente non funziona così. Non è stata costruita per agire da surrogato delle debolezze nazionali ma come moltiplicatore delle forze dei singoli Paesi membri.

Per tantissimi anni, ben prima della tragica disavventura libica, questo miraggio europeo così differente rispetto all’Europea reale è stato un grave errore della politica italiana, non solo di quella estera. Anche per questo errore di prospettiva siamo oggi in difficoltà con il dossier libico e ci sentiamo traditi dall’Europa. Ma non c’è stato nessun tradimento, se non quello nostro dei fardelli della sovranità che ormai tanto ci pesa portare.

Nel caso della Libia, questo approccio di voler fare i mediterranei con le teste dei nordici (anzi di voler far fare ai nordici i mediterranei che noi non vogliamo o non sappiamo più fare) è parte importante della colossale disfatta diplomatica di questi giorni. Certo, possiamo dire che è una disfatta dell’idea di Europa che avremmo voluto più che dell’Italia che abbiamo. Ma è una ben magra soddisfazione. Il nostro problema libico è stato forse quello di avere creduto troppo poco in noi stessi e troppo in quello che l’Europa non può essere. 

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