CAOS LIBIA/ “Spari contro i nostri pescherecci, fa bene il governo a usare la forza”

- int. Mauro Indelicato

Nuova aggressione libica ai danni di pescherecci italiani: ferito il comandante della Aliseo. L’obiettivo è politico. Ma quelle acque non sono di Tripoli

michele giacalone
Pescherecci a Mazara del Vallo (LaPresse)

Non c’è tregua per i pescherecci italiani davanti alla Libia. Ieri il comandante del peschereccio italiano Aliseo è stato ferito da colpi d’arma da fuoco esplosi da militari libici per segnalare ad un gruppo di tre navigli italiani, di cui faceva parte Aliseo, di allontanarsi dalle acque libiche. Un’area che sarebbe riconducibile alla “Zona di protezione di pesca (Zpp) libica, nelle acque della Tripolitania”, dice un comunicato della nostra marina militare. Avvisata della reazione libica, la nostra marina ha mobilitato la fregata Libeccio, che ha inviato sul posto l’elicottero di bordo. Il comandante è stato recuperato e visitato a bordo della Libeccio, che ha scortato i tre pescherecci di Mazara in acque italiane.

È il secondo atto ostile contro nostri pescatori avvenuto nell’arco di pochi giorni, un fatto che deve preoccupare, anche alla luce della recente visita di Draghi in Libia. “Quelle acque non sono di pertinenza libica” spiega Mauro Indelicato, giornalista di Inside Over e del Giornale, esperto di geopolitica del Mediterraneo e questioni migratorie. “Abbiamo fatto bene a intervenire, Roma non deve mostrarsi intimorita dai tentativi di rapimento da parte libica, che hanno un obiettivo politico”.

Il ferimento del comandante di Aliseo può essere la conseguenza di “colpi sparati in aria”, come ha detto Masoud Ibrahim Abdelsamad, portavoce della marina libica?

La dinamica non è chiara anche perché le parti interessate forniscono versioni differenti. Il sindaco di Mazara del Vallo, da cui proveniva il peschereccio Aliseo, ha dichiarato che i colpi da parte della motovedetta libica sono stati sparati ad altezza uomo. Se dovesse essere confermata invece la versione del portavoce della marina di Tripoli, non è da escludere che anche un proiettile vagante possa aver ferito il comandante italiano. Ad ogni modo, il fatto appare molto grave.

Si tratta di atti ostili? Come si spiegano?

Sono atti ostili peraltro inaspettati. Perché proprio un mese fa Mario Draghi a Tripoli aveva elogiato il lavoro della marina libica sul fronte immigrazione. I rapporti tra Italia e Libia sono di gran lunga migliorati dopo l’insediamento di Draghi e del nuovo governo libico.

Perché Tripoli rivendica la propria sovranità fino alle 62 miglia dalla costa, ben oltre le 12 consentite? Il problema è dirimente, perché dà – o nega – alla guardia costiera libica il diritto di intervenire. Come stanno le cose?

La questione si trascina da anni, già dai tempi di Gheddafi. Tutto parte da quanto stabilito a livello internazionale dalla carta di Montego Bay che regola i confini marittimi. Nel documento si parla di un limite di 12 miglia su cui estendere la propria sovranità, ma il malinteso da cui si origina l’annosa vicenda parte dalla conformazione delle coste libiche. In particolare, le autorità di Tripoli considerano il golfo di Sirte come “baia storica” e dunque come parte integrante delle acque di propria competenza. Una considerazione che trae a sua volta pretesto dal “precedente” del golfo di Taranto. Dunque il conteggio dei libici non parte dalle coste di Sirte, bensì da una linea immaginaria che congiunge le due estremità del golfo. La Libia “guadagna” così diversi chilometri. A livello internazionale però, l’interpretazione di Tripoli è errata. Sirte non è considerata baia storica e dunque quelle sono acque non sono di sua pertinenza.

Sappiamo anche di atti ostili verso otto pescherecci italiani compiuti tra il 2 e il 3 maggio da parte di uomini riconducibili al generale Haftar. Cosa puoi dirci?

Sì, gli episodi sono stati confermati dalla stessa marineria di Mazara. La dinamica è molto simile a quella che il primo settembre 2020 ha portato al sequestro dell’Antartide e del Medinea, anche la zona è pressoché la stessa. È cambiato per fortuna l’esito: la marina italiana, proprio come nell’ultimo episodio, è intervenuta. Dunque i pescherecci non sono stati sequestrati e sono potuti tornare alla base. Haftar, in caso di nuovo sequestro, avrebbe avuto in mano una nuova carta da giocare nei rapporti con l’Italia sul fronte politico e diplomatico.

Pare che l’Unità di crisi avesse avvertito il sindaco di Mazara dei possibili rischi. Una lettera che il sindaco Quinci ha definito “irrituale”, “resa pubblica, non certo da me, in cui sembra si voglia far sapere ai nostri ‘amici’ libici, ‘guardate che noi in qualche modo vi diamo ragione’, perché se è lo Stato a dire ai nostri pescherecci di non andare in quella zona, arriva un messaggio contraddittorio”. Che ne pensi?

La questione posta dal primo cittadino è molto chiara: se c’è una controversia e l’Italia è la prima a dire ai pescherecci di non andare, l’immagine che si può dare dall’altro lato del Mediterraneo è quella di uno Stato che rinuncia alla questione. Dando implicitamente ragione a Tripoli. Una circostanza che potrebbe acuire i problemi per i mezzi dei nostri pescatori, sia nel breve che nel lungo termine.

Perché i libici rapiscono i nostri pescatori?

Avere in mano dei cittadini di un altro Paese vuol dire avere un maggiore potere ricattatorio. In questo momento i libici vogliono sfruttare la vulnerabilità della questione relativa ai pescherecci italiani per lanciare chiari segnali a Roma.

Spari dalla guardia costiera tripolina, arrembaggi dalle forze di Haftar. Tra queste diverse “Libie” c’è unità di intenti?

Non credo che tra Bengasi e Misurata abbiano concordato azioni molto simili o abbiano dato vita a una coalizione provvisoria per ricattare l’Italia. Certo è che lanciare segnali verso il nostro Paese è un obiettivo comune, seppur con finalità diverse. E magari in questo momento è anche in atto una gara a chi riesce a dimostrare di far rispettare meglio i confini rivendicati.

Questi fatti possono essere letti come la manifestazione di una sovranità in via di ricostituzione?

Su questo fronte l’incertezza è ancora massima. Esiste un governo unitario, ma la Libia è ancora divisa e frammentata in più zone di controllo e influenza. E lo stesso esecutivo non gode di massima stabilità. Prova ne è che il parlamento stanziato a Bengasi nei giorni scorsi non ha dato via libera all’approvazione del bilancio.

Cosa deve fare il nostro governo?

Sono tre le azioni da fare, a mio avviso. Una a breve termine, una nel medio e una nel lungo periodo. Nel primo caso, ci si è mossi bene: la marina è intervenuta e dunque i pescherecci sono potuti tornare alla base, circostanza questa non avvenuta invece a settembre. Nel medio periodo Roma non deve mostrarsi intimorita dai tentativi di rapimento da parte libica. Nel lungo periodo l’Italia deve provare a risolvere definitivamente la questione relativa ai confini marittimi. 

(Federico Ferraù)

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