CAOS M5S/ Sconfessato Di Maio, Conte prende il suo posto (e il Pd ne approfitta)

- int. Giovanni Diamanti

I militanti 5 Stelle su Rousseau hanno deciso con oltre il 70% dei voti che si faranno le liste per il voto in Emilia-Romagna e in Calabria, sconfessando di fatto Luigi Di Maio

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Luigi Di Maio. Dietro di lui, Riccardo Fraccaro (LaPresse)

In serata i militanti Cinquestelle su Rousseau hanno deciso con oltre il 70% dei voti che si faranno le liste per il voto in Emilia-Romagna e in Calabria, sconfessando di fatto Luigi Di Maio, non a caso costretto ad ammettere: “Siamo in difficoltà”.

E il governo? Su Palazzo Chigi s’addensano nuvoloni sempre più minacciosi – manovra, Ilva, Alitalia, caso Mes – tanto da spingere il premier Conte a invitare i ministri a cena per “fare squadra”. Sullo sfondo, l’ombra di Bruxelles, occhiuta come sempre sui nostri conti pubblici nonostante la presenza del fidato Gualtieri all’Economia, e la sfida elettorale in Emilia-Romagna, che può influire pesantemente sulle sorti della maggioranza giallo-rossa. Un quadro quanto scivoloso e potenzialmente insidioso per la sopravvivenza del governo? Con quali impatti sui diversi partiti? E come tutto ciò influisce sulle aspettative di voto degli italiani? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Diamanti, socio co-fondatore e amministratore di Quorum e YouTrend.

Il M5s è in difficoltà, ammette Di Maio, mentre la piattaforma Rousseau ha deciso che i Cinquestelle devono presentarsi al voto in Emilia-Romagna e in Calabria. Con una base già spaccata, questa consultazione online lascerà strascichi pesanti sulla leadership di Di Maio?

La base è spaccata ed è spaccata la dirigenza. Non può essere altrimenti, perché M5s non ha mai trovato una soluzione a un suo grande problema: l’identità. Se non la definisce, è difficile immaginare un M5s compatto. È poi evidente che oggi c’è un leader non più riconosciuto come tale dalla dirigenza, non più seguito dalla base e con un consenso tra gli italiani ai minimi termini.

M5s rischia la scissione?

Il M5s spaccato lo è già, sta vivendo un momento di grande difficoltà, ma è difficile prevedere se approderà a una scissione. Ha comunque una riserva interessante: Giuseppe Conte. Conte è sempre meno apprezzato da Di Maio, ma gode di un discreto feeling con Grillo e di indici di popolarità molto alti. Potrebbe essere un’arma che può aiutare i Cinquestelle a recuperare qualcosa.

Conte, in effetti, vuole ritagliarsi un ruolo da leader autonomo, dopo la stagione del governo giallo-verde. Ma soprattutto i casi Ilva e Alitalia non hanno mostrato il volto di un premier incapace di decidere, di incidere?

Potrebbe influire sicuramente se gli italiani lo raffigurassero così. Invece lo percepiscono come un uomo di mediazione, di alto profilo e più vicino alla gente rispetto alla media degli altri politici. La sua presenza a sorpresa tra gli operai Ilva ha confermato questa immagine di un leader non appartenente alla vecchia classe politica, bensì in grado di recitare sia una parte di mediazione che di disintermediazione, capace cioè di parlare direttamente con i cittadini. E poi tanti leader sono sembrati decisionisti e alla fine sono arrivati a scarsi risultati. Conte non è certo un leader carismatico alla Renzi o alla Salvini, ma secondo gli ultimi dati dell’Atlante politico Demos è al 53% di fiducia, unico leader politico a superare la soglia del 50%.

L’opposizione al governo, secondo la supermedia YouTrend, resta però molto alta, anch’essa sopra il 50%. In piena discussione di una manovra 2020 in cui a dominare sono le nuove tasse in arrivo, l’area del centrodestra potrebbe rafforzarsi ancora?

Sì, può farlo, ma non ricordo manovre senza polemiche e senza strascichi. Non penso questa manovra possa aiutare troppo la maggioranza, ma neppure sarà troppo traumatica.

Torniamo alle difficoltà del M5s. Il Pd potrebbe approfittarne, rilanciando una propria linea politica, dopo i primi mesi di governo in cui i Dem si sono appiattiti troppo sulle parole d’ordine care ai grillini, pagando in termini di consenso?  

Nell’universo delle possibilità questo può assolutamente accadere. Il Pd ha avuto un buon week end a Bologna, ha lanciato un buon messaggio e penso che possa uscire mobilitato, grazie anche al movimento delle sardine, che non sono direttamente riconducibili al Pd, ma a un mondo progressista, che mancava di questa freschezza. Il Pd oggi ha delle opportunità, a partire dalla stessa Emilia-Romagna, dove una campagna elettorale lunga due mesi può far emergere quel giudizio condiviso sul buon governo della regione. Nel contempo, però, il Pd ha di fronte grandi rischi, potrebbe perdere altri pezzi e deve stare attento, lavorare bene e unire.

Intanto è scoppiato il caso Mes, Meccanismo europeo di stabilità: può dare nuova linfa a Salvini?

Non è un tema che oggi colpisce molto gli italiani, è percepito più come un tema da addetti ai lavori, poco comprensibile. Sicuramente è stato un pretesto per un nuovo scontro fra Conte e Salvini, scontro che non finirà presto.

In questi giorni si fa un gran parlare del movimento delle sardine. Possono giovare al Pd?

Non le sopravvaluterei. Coprono due punti di debolezza del centrosinistra: la capacità di mobilitazione e la freschezza. Sono un movimento che parte dal basso e questa è la loro potenzialità. Ma affinché si mantenga questa forza, è importante che rimangano un movimento dal basso. Se i leader delle sardine iniziano a fare i capipopolo e a sostituirsi ai “dirigenti”, perdono il loro tratto caratteristico. Però da qui a diventare qualcosa di salvifico per il centrosinistra ce ne passa.

Calenda è sceso in campo con Azione. Guarda al centro e va ad aggiungersi a Berlusconi, Salvini, Renzi e in parte Zingaretti. L’elettorato moderato ha finalmente una buona e ampia offerta politica?

È singolare che quando tutte le ricerche raccontano che il centro perde peso politico, in quel preciso momento inizino a nascere nuovi soggetti politici di centro. Non penso ci sia un grande spazio in questo momento per movimenti moderati e centristi. Non possiamo più ragionare in termini di spazio politico sulla base dei posizionamenti.

Che cosa intende?

A muovere lo scacchiere politico e il consenso non penso sia l’essere o meno al centro, ma i leader. Un leader forte può intercettare consensi di destra, di centro o di sinistra. In pochi anni questo paese si è consegnato prima a Renzi, poi a Di Maio, infine a Salvini. Un centro senza leader forte e capace di entusiasmare, non può andare da nessuna parte. Dovesse trovare una figura forte di riferimento potrebbe ambire a risultati importanti. I leader forti gli spazi non li occupano, li creano.

Leader forte è chi sa lanciare temi forti. Salvini, Calenda e Renzi parlano di taglio delle tasse. Può funzionare?

È certo un tema forte, ma la vera domanda è: i leader sono credibili sul tema del taglio delle tasse?

La sua risposta?

È difficile che Renzi, che non si è mai intestato il tema del taglio delle tasse, sia credibile come paladino dello shock fiscale. Calenda su questo è meno usurato. Salvini invece ha sempre cavalcato il taglio fiscale, quindi ha una sua credibilità.

Il voto di gennaio in Emilia-Romagna sarà una sfida testa a testa?

Tutti i sondaggi dicono che sarà così. Tra i candidati è avanti Bonaccini, ma come intenzioni di voto viene premiato il centrodestra. Le elezioni regionali non sono le elezioni dei sindaci, il voto di lista pesa tanto, come abbiamo verificato decine di volte, e sebbene Bonaccini sia un candidato forte, non possiamo trascurare il fatto che il centrodestra parte, dal punto di vista del voto politico, in vantaggio.

Dovesse perdere il centrosinistra, ci sarebbero effetti sul governo?

Sicuramente, perché è un voto molto importante. Non me la sento di dire che il governo cadrebbe, ma il colpo si farebbe sentire. In quel caso, però, Pd e M5s, che ne uscirebbero indeboliti, avrebbero ancora meno intenzione di tornare al voto politico.

(Marco Biscella)

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