CAOS MIGRANTI/ “Parigi senza linea politica, divisa tra Macron e Darmanin”

- int. Francesco De Remigis

La Francia ricatta l'Italia sui migranti, ma si è rivelata incapace di gestire un vero sbarco. Cioè di fare prima accoglienza

giudice La nave Ong Ocean Viking (LaPresse)

La dichiarazione di Gérald Darmanin al termine del Consiglio Giustizia e Affari interni dell’Ue assomiglia molto a un muro. In realtà la forma è quella di un ricatto, perché la Francia non accoglierà richiedenti asilo – ha detto il ministro francese – fino a quando l’Italia non rispetterà il diritto marittimo.

“La Francia si difende anzitutto da se stessa, dalla sua ipocrisia” spiega al Sussidiario Francesco De Remigis, inviato a Parigi de Il Giornale. Ma la cosa più sorprendente è che il governo di Parigi è stato spiazzato da un problema di cui finora in Francia non si era mai davvero parlato così nel dettaglio, continua De Remigis. Che racconta come la gestione francese del caso Ocean Viking sia stata disastrosa.

Conviene però prendere le mosse da quello che ha detto ieri testualmente Darmanin. “Se l’Italia non prende le navi e non accetta la legge del mare e del porto più sicuro, non c’è motivo che i Paesi che fanno i ricollocamenti siano Francia e Germania, che sono quelli che accolgono navi e migranti dall’Africa e dall’Asia”.

In pratica vuol dire: l’Italia faccia – bene – quello che facciamo noi. Darmanin ha ragione?

Bisogna uscire dall’equivoco dei numeri. Specie quelli relativi ai rifugiati in quanto tali, cioè già “vagliati” e solo in attesa di definire il loro status. Perché se è vero che Francia e Germania hanno accolto più richiedenti asilo rispetto all’Italia, è falso che Parigi abbia “accolto” di più. Se si tiene conto degli arrivi illegali in Europa, quindi della prima accoglienza, dal salvataggio in mare alla definizione dello status, il che significa anche costi esorbitanti per gestire prima gli sbarchi, muovendo mezzi e personale di guardia costiera e polizia per le identificazioni, poi sanitario, poi quello della macchina dell’accoglienza, dei mediatori culturali, l’Italia è prima. I 90mila nell’anno parlano da soli.

Quindi Parigi non accoglie davvero come dice il ministro?

No, anzi, la Francia fa una selezione ferrea: tanto al confine con l’Italia, con i respingimenti selettivi – che riguardano anche, per esempio, donne incinte, che arrivate magari nel Belpaese puntano subito alla Francia per far avere al nascituro la cittadinanza –, quanto nei presunti aiuti di Parigi sui ricollocamenti.

In che modo?

I funzionari francesi che sono in Italia, in Puglia o in altre regioni dove sono i centri di accoglienza consegnano ai migranti un questionario sulla base del quale decidono poi chi tra i tanti sarà accolto. Non c’è un’accoglienza a grappolo come è costretta a fare l’Italia causa sbarchi. In quanto a umanità Roma non è certo seconda a Parigi.

La posizione di Parigi risulta allineata indirettamente a quella di Berlino. Il Bundestag finanzia le navi Ong. Ora la Francia fa una contromossa più esplicita: il porto sicuro non siamo noi, siete voi. Cosa vuole ottenere?

Vuole anzitutto evitare altre figuracce come quella incassata con la disastrosa gestione dei 240 della Ocean Viking arrivati a Tolone. E cioè migranti che devono ancora passare al vaglio di tutte le procedure. Che non sono poche.

Allora è questo il problema.

Sì. La Francia, fino alla sua prima Ong attraccata nel porto militare, non si era mai fatta carico di quei migranti “italiani” che dovevano ancora passare al vaglio di tutte le procedure, dall’identificazione all’eventuale richiesta di asilo. Né tanto meno di coloro che non sanno fare un mestiere che alla Francia serve. O che abbiano davvero passato la “selezione” per diventare rifugiati. La prima volta la Francia lo ha fatto con lo sbarco della Ocean Viking, e si è visto che è stato un disastro.

Cioè?

Fughe, mancanza di interpreti, procure inceppate e alla fine “liberi tutti” nonostante le rassicurazioni, date ai francesi da prefetto e ministro, sul fatto che nessuno sarebbe andato in giro sul territorio nazionale, tanto che erano stati sistemati in una zona di attesa “internazionale”. Un “non luogo” inventato per rassicurare l’opinione pubblica.

Dunque Parigi non è attrezzata.

Su questi arrivi, che non finiscono tutti nelle statistiche dei richiedenti asilo, ma che esistono numericamente, e costano, la Francia è fanalino di coda. All’arrivo a Tolone li ha considerati clandestini. Al pari di quelli che passano il confine fino a Mentone perché il nostro sistema se li è persi per strada, o quelli che arrivano in Francia con un foglio di via in tasca.

Ma cosa preoccupa il governo francese?

La Francia si difende anzitutto da se stessa. Dalla sua ipocrisia. Non è una mia opinione, ma la verità raccontata dall’ex ministro dell’Interno di Macron, Gérard Collomb. Ai tempi del respingimento dell’Aquarius, che fece rotta in Spagna dopo il rifiuto di Parigi di accogliere quella nave Ong, era il 2018, Collomb si dimise. Ma non disse allora che il vero motivo era il disaccordo con Macron, che all’epoca si era detto disponibile ad aprire perfino un hotspot proprio nella zona di Tolone. Alla fine la Francia non accolse la nave e non aprì mai quell’hotspot, ma il ministro, che veniva dai socialisti, eppure era contrario agli sbarchi e all’accoglienza dei clandestini, mandò in privato Macron a quel paese senza spiegare il vero motivo. Oggi ha definito lo sbarco di una nave Ong un precedente pericoloso, parlando come Le Pen. Macron no, era ed è più aperto. Ma non si capisce più quale sia la linea francese. Se quella dell’Eliseo o di Darmanin.

Migranti e politica: chi tesse più filo, il Rassemblement National o Éric Zemmour?

Entrambi, ma con due discorsi politici dalle sfumature differenti. Le Pen si è ammorbidita senza rinunciare al no all’immigrazione clandestina, e cioè ha assunto l’impegno di riaccompagnare tutti quelli che dovessero sbarcare al porto di partenza. Facile a dirsi, meno a farsi. E rilancia le “quote”. Zemmour ne fa un discorso più tranchant, basando il suo no sul rischio di sostituzione etnica.

E la gente con chi sta?

Tutti i sondaggi mostrano quanto i francesi considerino la Francia ormai già satura di immigrazione. E di quelli che hanno un foglio di via molti farebbero un pacco per rispedirli agli Stati di partenza. Ma nonostante le promesse elettorali di Macron, quelle di migliorare i numeri dei rimpatri via jet, siamo ancora intorno al 10%.

Dunque anche la Francia fatica a trovare accordi.

Certo. Quindi se dovesse accogliere a grappolo, poi una buona parte di quelli che non avrebbero titolo per stare in Francia dovrebbe pure espellerli. E come noi non riesce.

Nel frattempo è arrivata la notizia delle due inchieste sui fondi delle campagne presidenziali di Macro nel 2017 e nel 2022. Cosa puoi dirci?

Sul piano giudiziario Macron è in carica e non rischia nulla finché è all’Eliseo. Non può essere ascoltato da polizia e procura e, per Costituzione, gode dell’immunità penale durante il mandato. I problemi potrebbero esserci più avanti, come successo a Sarkozy.

Che ripercussioni può avere questa vicenda sulla politica francese?

È chiaro che l’immagine del presidente non è in buona salute. Che i suoi governi abbiano pagato oltre un miliardo di euro in consulenze a gruppi privati internazionali, qualcuno pure accusato di non avere onorato tutte le dovute tasse in Francia, ha posto un problema. Una serie di problemi, non solo politici o giudiziari ma di rettitudine. Di sostanza, del presidente, che comunque ha escluso ogni favoritismo.

Una tua previsione sullo scontro, che pareva riassorbito, tra Francia e Italia?

Credo che si riuscirà a fare di necessità virtù. Mattarella e Macron tessono. Gli scontri frontali hanno ragioni più politiche, nel caso francese. Darmanin sta conducendo una battaglia personale perché punta all’Eliseo, vuol fare il duro e puro, è di destra, ma con Macron all’Eliseo inanella solo brutte figure, sui migranti e non solo. Non credo che nessuno tra Roma e Parigi voglia davvero entrare a gamba tesa nei rapporti.

Vuoi dire che ognuno sta facendo la sua parte?

Sì. E fa benissimo l’Italia a portare in sede europea un tema di cui, in Francia, finora non si era mai davvero parlato così nel dettaglio. E neppure in Europa. Credo su un codice di condotta più stringente per le Ong si possa trovare un’intesa.

(Federico Ferraù)

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