CAOS MIGRANTI/ Sbarchi in altri porti italiani inevitabili, l’Ue è sempre in ritardo

- int. Mauro Indelicato

Il ricorso a porti per sbarcare i migranti non più solo al Sud ci dice che l'Italia da sola non ce la fa. E le tempistiche europee non vanno bene

immigrazione migranti porto sbarco 9 lapresse1280 640x300 Sbarco a Catania dalla nave Ong Geo Barents (LaPresse)

Il flusso dei migranti non si interrompe. E l’Italia non può far fronte da sola alla situazione. Il Governo sta cercando di dirottare alcune navi delle Ong anche in porti diversi da quelli del Sud, che non bastano a sostenere gli arrivi, e ha varato un decreto con nuove regole per le organizzazioni non governative, ma tutto ciò non è sufficiente. Mauro Indelicato, giornalista de Il Giornale e di InsideOver ed esperto di questioni migratorie, suggerisce la strada da seguire:

Egitto e Tunisia devono sorvegliare meglio le loro coste per contenere le partenze, ma bisogna anche lottare contro i trafficanti. L’Unione Europea deve giocare un ruolo importante: i tempi dell’Europa, tuttavia, sono troppo lunghi, e invece di occuparsi subito dell’emergenza pensa a un nuovo piano migratorio non prima del 2024.

Il tema dei migranti nelle ultime settimane era passato in secondo piano rispetto ad altri sul piano politico. Ma il problema resta: qual è la situazione adesso nel Mediterraneo, l’emergenza continua?

L’emergenza non si è mai fermata, inoltre le condizioni meteo stabili avute per tutto il mese di dicembre hanno agevolato ulteriori partenze sia dalla Libia che dalla Tunisia. Nei primi cinque giorni di gennaio, come reso noto dal Viminale, sono arrivati più di 2mila migranti. Chiaro quindi come dalle varie rotte migratorie del Mediterraneo il flusso non si è mai interrotto.

Tiene banco il tema dei porti nei quali concedere l’approdo delle navi che li raccolgono in mare e la polemica da parte di alcuni sulla loro destinazione in città che sono governate dal centrosinistra. C’è bisogno di allargare le possibilità di approdo oltre quelle del Sud?

Al netto delle polemiche politiche, è palese però una cosa: l’Italia, compresa nella sua interezza, da sola non è ritenuta in grado di gestire l’emergenza migratoria. E se questo concetto vale per l’intera penisola, a maggior ragione vale per una specifica area del nostro Paese, come quella meridionale, la quale non può sobbarcarsi il costante flusso migratorio in entrata. Credo che alla base delle ultime scelte del Viminale ci sia questa precisa consapevolezza. Da qui il dirottamento di alcune navi Ong anche in porti diversi da quelli “tradizionali” scelti negli ultimi anni per gli sbarchi.

Il decreto sulle Ong ha cambiato le regole di ingaggio. Cosa ha introdotto Piantedosi rispetto al precedente indirizzo dato dalla ministra Lamorgese e perché le organizzazioni non governative non gradiscono le novità?

Con il nuovo decreto si è introdotto un nuovo principio: le navi Ong, durante un’operazione di salvataggio, devono essere in contatto con le autorità competenti e seguire le disposizioni. L’obiettivo è quello di evitare il girovagare delle navi in alto mare e farle rientrare subito dopo un’operazione nel porto assegnato. Chiaramente questo potrebbe incidere profondamente sul modus operandi delle Ong, le quali il più delle volte sono invece rimaste in mare anche per settimane effettuando diverse operazioni.

Il controllo delle partenze, oltre a quello degli sbarchi, resta uno dei nodi fondamentali da sciogliere. Cosa è possibile fare da questo punto di vista?

Occorre sempre ragionare su due fronti: uno a breve termine e l’altro a medio/lungo termine. Nel primo caso, occorre fare pressione sui governi interessati, in primis quello tunisino ed egiziano, affinché venga innalzata la sorveglianza sui propri concittadini che partono illegalmente verso l’Italia. La Tunisia deve sorvegliare meglio le coste, l’Egitto invece i propri confini con la Libia, attraversati ogni giorno da decine di persone che si imbarcano poi dalla Cirenaica.

E nel secondo?

Nel medio e lungo periodo occorre creare tutte le condizioni politiche affinché il numero di partenze venga ridimensionato. Serve quindi lottare contro i trafficanti e le loro organizzazioni malavitose, smontare la loro logistica che permette l’organizzazione di viaggi pericolosi in primis per gli stessi migranti. Serve poi lavorare costantemente sul dossier libico: senza la stabilizzazione della Libia, difficilmente le partenze verso l’Italia diminuiranno.

Il Governo ha affrontato da subito il problema, ma non si tratta di una questione solamente interna, tanto che è diventato uno dei terreni di scontro ad esempio con la Francia. L’Unione Europea deve fare la sua parte e dare il suo contributo per trovare soluzioni. Che strada si sta percorrendo in questo senso? L’incontro tra Giorgia Meloni e Ursula Von der Leyen ha aperto qualche prospettiva?

Senza dubbio il dialogo tra Roma e Bruxelles prosegue. Ma le tempistiche europee dubito siano quelle prospettate dall’Italia. Già nei giorni scorsi la nuova presidenza di turno svedese dell’Europa ha messo in chiaro che un nuovo piano migratorio non vedrà la luce prima della primavera del 2024.

(Paolo Rossetti)

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