CAOS USA/ Se ora l’unica chance di Biden è “ricominciare” dai repubblicani

- Luca Pirola

L’assalto a Capitol Hill a chi giova? Non a Trump, ma neppure a Biden. A meno che non sappia riprendere il dialogo con l’altra metà del paese

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Il presidente Usa Joe Biden (LaPresse)

Caro direttore,
come molti altri cittadini d’Italia e del mondo ho guardato attonito le immagini che scorrevano ovunque sullo smartphone, in televisione, sul pc, dell’assalto alla sede del Congresso americano organizzato da un gruppo di facinorosi a margine di una manifestazione a sostegno del presidente Trump atta a contestare la legittimità del risultato elettorale.

Tante sono le domande che sorgono in questo frangente. La prima è: come ha fatto un gruppo di strani soggetti (dalle immagini emergono uomini con la faccia dipinta, cappelli con le corna, bandiere confederate e strane uniformi) a entrare in uno dei luoghi più sicuri del mondo? Cosa non ha funzionato nel servizio di sicurezza? La manifestazione era organizzata e annunciata da tempo ed era nota la presenza di gruppi organizzati estremisti e capaci di gesta eclatanti. Perché non si è organizzato un servizio di sicurezza adeguato? Perché si vedono video con le forze di polizia che addirittura aprono le transenne utilizzate per sbarrare la strada verso Capitol Hill a un folto gruppo di manifestanti? Perché le forze dell’ordine sono riuscite a riprendere il controllo del Campidoglio solo dopo che questi pittoreschi soggetti sono stati immortalati girare liberi e tranquilli nelle stanze del potere Usa?

Il secondo gruppo di domande è riconducibile a una: a chi giova quanto accaduto ieri? Sicuramente non all’ex presidente Trump: bloccato dai media, abbandonato anche dai più fedeli sostenitori (vedi le dichiarazioni del leader repubblicano al Senato Mitch McConnell) e perfino dal proprio vice, è sempre più solo e non riesce a uscire dalle posizioni in cui lui stesso si è arroccato.

Termina con l’infamia una presidenza iniziata con la lode: l’economia galoppante, il Pil in crescita, la disoccupazione a zero, le nomine alla Corte Suprema di altissimo profilo, l’efficace contrasto all’espansionismo commerciale cinese e la progressiva pacificazione del Medio Oriente, culminata con gli Accordi di Abramo. All’inizio del 2020 la rielezione sembrava inevitabile. E poi la difficoltà a rispondere al movimento Black Lives Matters e a gestire le disuguaglianze sociali e razziali, il non aver capito la portata dell’epidemia Covid-19 e, soprattutto, il non aver saputo accettare l’esito delle elezioni.

Se la politica si fa con il pallottoliere, chi prende un voto in più vince. E Trump ha perso. Anziché accettare la sconfitta, sottolineando l’esito non certo disastroso per il Partito repubblicano, delle elezioni (una dozzina di seggi guadagnati alla Camera, la mancata conquista della maggioranza al Senato per i democratici e il mantenimento di molte delle roccaforti repubblicane), ha inscenato una gazzarra senza reale fondamento e una guerra legale senza alcuna possibilità di vittoria. Dopo quanto accaduto a Washington è totalmente fuori dai giochi.

E allora, chi ci guadagna da quanto successo ieri? Non certo il Partito repubblicano, costretto ad abbandonare il candidato che lo ha condotto a un improbabile trionfo elettorale nel 2016 e alla possibilità di plasmare la politica americana negli ultimi 4 anni e attonito nel guardare parte del proprio elettorato perdere progressivamente fiducia nelle pluricentenarie strutture della democrazia americana. Ci vorranno anni e nuovi leader, giovani e donne, per riprendere la storica, autorevole e vincente posizione del Grand Old Party.

Sarà il presidente eletto Biden a guadagnarci? Vediamo. Sicuramente ha la possibilità di presentarsi come l’uomo nuovo (fa sorridere visto che è in politica dagli anni 70) moderato e tranquillizzante, con buoni appoggi internazionali e fra l’establishment politico-culturale. Tuttavia rimane ostaggio di una sinistra liberal che non ha mai accettato il successo elettorale di Trump 4 anni fa e che non riesce a comprendere quell’ampia fetta dell’elettorato americano che lo ha di nuovo sostenuto, considerandola formata da poveri bifolchi senza istruzione né capacità, considerandosi l’unica parte politica legittimata a governare e a riplasmare la cultura del paese (arrivando anche a grotteschi risultati, quali togliere grandi classici come Omero dalle librerie scolastiche perché “razzisti” e non al passo coi tempi o inscenare battaglie di civiltà per permettere agli studenti di scegliere i servizi igienici – maschili o femminili – che preferiscono).

Biden potrà guadagnarci solo se sarà in grado di riprendere il dialogo con quest’altra metà dell’America, che noi europei poco conosciamo e poco comprendiamo, che crede nella libera iniziativa privata, nelle libertà e nei diritti individuali, solo se riuscirà a ricostruire la fiducia in uno Stato che sente sempre più lontano dalle proprie esigenze. Non sarà facile per il vecchio senatore, ma può farcela. L’amicizia con il leader repubblicano al Senato può essere un buon punto da cui ripartire.

Solo riprendendo questo difficile cammino di unità, tornando a guardarsi in faccia, a parlarsi, a sottolineare quello che unisce e non quello che divide, la nazione nata con la coscienza che “tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità” potrà riprendere il suo ruolo di guida dell’Occidente nelle grandi sfide che gli anni Venti del nuovo secolo ci riserveranno.

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