DOPO CAPITOL HILL/ “L’America si è liberata di Trump ma non (ancora) del populismo”

- int. Andrew Spannaus

Trump si è dimostrato incapace di unire il paese e chiude la sua corsa. Ma la sua eredità è l’America “post-globale” con cui ora Biden deve misurarsi

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Protesta a Washington (LaPresse)

In un mondo normale, diremmo che Donald Trump ha chiuso la sua carriera politica con i fatti del Campidoglio dell’Epifania 2021. E quasi certamente sarà così, anche se l’America di oggi manda all’aria molte analisi, proprio perché apparenze e verità vanno meno d’accordo di una volta. “Trump non è soltanto l’artefice della propria sconfitta”, spiega Andrew Spannaus, giornalista americano, fondatore di Transatlantico.info “ma anche di quella di chi lo ha sostenuto per ragioni di contenuto”. Con l’assalto a Capitol Hill si è conclusa la sua parabola, perché “nei momenti di crisi si è dimostrato incapace di unire il paese, di parlare a tutti e di agire senza fomentare divisioni”. Ma qui – anche per Biden – viene la parte più complicata. Perché l’indegno Trump, che su molti giornali americani è paragonato in queste ore all’abietto Nixon, ha determinato una svolta dalla quale molto difficilmente l’America “post-globale” potrà tornare indietro. L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro è il titolo dell’ultimo lavoro di Spannaus.

Biden ha parlato di “attacco allo stato di diritto”, l’ex presidente Bush di “insurrezione”. Che cosa è successo a Capitol Hill?

È stata la degenerazione della protesta di un gruppo di estremisti incoraggiati dal presidente degli Stati Uniti. Un fatto estremamente grave. L’altro fatto grave è che i dimostranti hanno trovato un Campidoglio impreparato nelle misure di sicurezza. Quello che abbiamo visto non sarebbe dovuto accadere.

Vuol dire che è stato lasciato accadere? 

No, non sto dicendo questo. Bisogna indagare per capire il perché di una simile impreparazione, può essere che nessuno si aspettasse una cosa del genere. Si tratta in ogni caso di una negligenza preoccupante. 

Quali sono le responsabilità di Trump? Prima ha dato appuntamento ai dimostranti, poi ha detto loro “tornatevene a casa”.

Il suo passo indietro è stato assolutamente inadeguato perché allo stesso tempo ha espresso affetto per i dimostranti e ribadito le loro istanze. Solo dopo la conclusione delle operazioni del Congresso ha detto che ci sarà un trasferimento ordinato del potere. In ogni caso Trump si può ritenere responsabile di quanto avvenuto a due livelli.

Il primo?

È quello di avere espressamente incitato i manifestanti ad andare a Washington davanti al Congresso il giorno 6, promettendo una giornata “wild”, per poi indirizzarli al Congresso un’ora prima.

Il secondo livello?

La sua responsabilità più ampia è quella di insistere sui brogli quando non ci sono prove. Trump è convinto di avere ragione, secondo questo ragionamento: l’establishment è contro lui – e questo è un fatto –, allora l’establishment ha certamente fatto qualsiasi cosa per fermarlo, compresi i brogli. Di conseguenza, è impossibile che lui non abbia vinto le elezioni.

Lei che conclusioni ne trae?

Trump non è emotivamente capace di accettare la sconfitta, e quindi spara una serie di accuse non supportate dai fatti per affermare la sua versione. Milioni di americani lo vedono come uno che si batte per loro, ma l’ipotesi di brogli non è dimostrata da nulla. Per esempio, la Georgia ha contato i voti a macchina e li ha ricontati manualmente, il risultato è stato identico.

Che cosa ne è del politico Trump dopo i fatti di Capitol Hill?

A livello politico-istituzionale la sua credibilità non c’è più. Può aspirare a mantenere uno zoccolo duro di sostenitori, esso ci sarà, ma risulterà marginale rispetto a quello che serve per governare.

E per quanto riguarda il rinnovamento impersonato da Trump?

Trump è l’artefice della sconfitta anche di chi lo ha sostenuto per ragioni di contenuto. L’amministrazione Trump ha operato delle svolte importanti in alcuni campi, ma gli eventi di mercoledì e la contestazione delle elezioni senza un fondamento serio danno ai suoi oppositori la possibilità di definire tutta la sua presidenza sulla base del suo fatto peggiore, quanto accaduto in Campidoglio. Ma è lo stesso Trump che lo ha permesso.

Adesso che cosa succederà?

Il gabinetto presidenziale sta discutendo sul ricorso al 25esimo emendamento (stabilisce che il vicepresidente possa assumere i pieni poteri in caso di incapacità del presidente in carica, ndr). Non è detto che l’operazione vada in porto, ma lo spettro della rimozione c’è. Soprattutto per scongiurare l’eventualità che Trump faccia qualcos’altro di avventato nei prossimi giorni.

Quanto accaduto prefigura un partito di Donald Trump?

Non credo. La parte populista e antiliberista nei repubblicani sta assumendo un peso crescente, ma il sistema americano rende molto difficile il successo di un nuovo partito. Bisognerà vedere come va la battaglia interna. 

Quale battaglia?

Se la dirigenza repubblicana adottasse una linea di emarginazione dei contrari o di chiunque ha avuto a che fare con Trump, allora si potrebbe ipotizzare una rottura. Il problema dei repubblicani è che Trump ha dimostrato che gli elettori non stanno con l’establishment del partito. L’altro fattore di debolezza per i repubblicani viene dal fatto che i democratici hanno conquistato il Senato e quindi i repubblicani centristi anti-Trump come Mitch McConnell hanno meno potere del previsto.

Come si parla di Trump nei media mainstream americani dopo quanto accaduto?

Con espressioni di disprezzo riconducibili a quelle usate a suo tempo per Richard Nixon, considerato al di sotto della dignità della presidenza. Oppure riprendendo le categorie della politica europea: fascista e totalitario. Un errore.

E perché?

Perché il tipico populista di destra negli Usa non è totalitario: crede fermamente nella libertà, contro l’accentramento del potere pubblico.

La tesi del suo ultimo libro, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro è che Trump, piaccia o no, non può essere liquidato come un incidente della storia americana. Nemmeno dopo i fatti di mercoledì?

No, perché la messa in discussione degli esiti della globalizzazione operata dalla presidenza Trump ha trovato spazio nelle istituzioni e ha già prodotto effetti nei provvedimenti adottati. Dai cambiamenti introdotti nella politica verso la Cina e sul commercio, e in tema di politica industriale, non si torna indietro. Certo molto dipende dalle persone.

Che cosa intende?

Il super-conservatore senatore del Missouri Josh Hawley ha fatto un’alleanza con Bernie Sanders e bloccato la nuova legge degli aiuti economici fino a quando non sono stati aggiunti nuovi assegni alle famiglie, andando contro il capogruppo repubblicano McConnell, che è un fautore dell’austerity. Hawley addotta delle posizioni interessanti, ma nella sua volontà di parlare all’elettorato populista di Trump si è macchiato di una responsabilità: il collateralismo con quanto avvenuto a Capitol Hill.

Sembra un esempio evidente del principale nodo politico dell’America post-globale. Ovvero che cosa farà Biden con l’eredità di Trump.

La principale questione che si pone da adesso in poi nella politica americana è quanto potranno influire le istanze del populismo economico, presenti a sinistra e a destra, nei confronti dei moderati e del partito repubblicano tradizionale.

Dove “tradizionale” significa ligio all’assoluto rigore di bilancio e ai dettami dell’austerity.

Esattamente. Quelle politiche neoliberali e rigoriste che non avrebbero consentito a Trump e alla Fed di salvare l’economia americana dalla crisi del Covid. 

Lei spiega come il meccanismo della monetizzazione del debito abbia consentito alla Fed e all’amministrazione Trump di far arrivare direttamente nei conti correnti e all’economia reale aiuti – oltre il 18% del Pil – impensabili in Europa. Che cosa farà Biden?

È una questione aperta. La voglia di centrismo potrebbe portare ad un utilizzo limitato dello strumento, ma nel mondo democratico, più favorevole di quello tradizionale repubblicano alla spesa pubblica, nelle ultime settimane è cambiato il dibattito. Oggi anche un personaggio come Larry Summers, ex ministro e consigliere di Obama, dice che il debito pubblico non è un problema. Il problema, aggiungo io, è che non siamo ancora di fronte ad un cambio di paradigma.

Che cosa significa?

Vuol dire che la spinta a cambiare la concezione del ricorso al debito pubblico è solo emergenziale, non fondata su un cambiamento concettuale. Sicuramente i repubblicani lo temono: sarebbe la fine del loro conservatorismo fiscale. 

L’intervento anti-austerity dello Stato ha avuto successo?

Grazie all’intervento della Fed e alle politiche decise dal Congresso, quest’anno il reddito degli americani è aumentato. Proprio così: l’aumento medio incorpora le disuguaglianze e la disoccupazione esistente in molti settori, ma se al sussidio di disoccupazione ordinario si sommano i 600 dollari in più a settimana a chi ha perso il lavoro durante il Covid, l’intervento dello Stato, fin quando è rimasto, ha funzionato alla grande.

Trump ha cercato di invertire l’esternalizzazione produttiva rimpatriando le manifatture. Che cosa farà Biden?

Biden ha pubblicato un piano per il reshoring. Se uno lo legge, penserà che sia di qualche populista di destra… Ma conta molto l’attuazione: se il reshoring sarà limitato, in chiave anti-cinese, o se sarà più ampio, per ricostruire davvero la base della manifattura americana.

Il libro parla anche della maxi-offensiva che pezzi dell’apparato statale e dei grandi media hanno lanciato contro Trump, culminata nel Russiagate, senza tuttavia riuscire ad incriminare il presidente. Qual è il suo bilancio?

Russiagate e scandali vari hanno avuto senz’altro un effetto politico interno nel connotare l’immagine della presidenza Trump. Tuttavia questo effetto è a doppio senso. 

In che modo?

Per una parte di americani ha significato che l’azione di Trump andava vista nella chiave confezionata dai media. Questo ha limitato l’iniziativa di Trump nei confronti della Russia, rispetto alla quale egli ha fallito il suo obiettivo, quello di farne un alleato per contrastare la Cina.

E l’altro effetto?

Dall’altra parte ha consolidato un atteggiamento anti-establishment nell’elettorato. Per quanto il Washington Post abbia scritto tutti i giorni che Trump era una pedina di Putin, 74 milioni di persone hanno deciso di non ascoltare questa narrazione. Quindi l’anti-trumpismo mediatico non ha fatto altro che approfondire la spaccatura culturale e sociale che si è creata sotto la presidenza Obama.

Il Russiagate ha conseguenze per il futuro?

Le inchieste sull’hackeraggio russo che avrebbe pervaso l’amministrazione potrebbero avere ripercussioni sul pragmatismo di Biden, votato alla diplomazia e ai rapporti personali. Nel caso che Biden volesse avviare una sorta di reset nelle relazioni con la Russia, adesso tutto diventa più difficile. Sarebbe anch’egli vittima dell’effetto-Trump.

Trump ha perso le elezioni sul Covid?

No. I numeri ci dicono che bastavano meno di 80mila voti per ribaltare il risultato in tre Stati e vincere nel collegio elettorale. Una migliore gestione delle misure anti-Covid forse lo avrebbe aiutato, ma il problema maggiore per Trump non è stata la pandemia.

E che cosa invece?

Lui medesimo. È la personalità di Trump ad aver rappresentato un problema per gli elettori. Nei momenti di crisi si è dimostrato incapace di unire il paese, di parlare a tutti e di agire senza fomentare divisioni. Il presidente deve unificare; non può attaccare i governatori dei singoli Stati, anche se in alcuni casi ha ragione.

Lo stesso vale anche per le rivolte di Black Lives Matter?

Sì. Si è dimostrato incapace di esprimere empatia, difendendo una sola parte. In una situazione come quella, il presidente deve parlare a tutta la nazione. La giustizia razziale e la crisi del Covid hanno accentuato quest’incapacità di Trump. E i fatti di Capitol Hill hanno chiuso definitivamente la faccenda.

(Federico Ferraù)

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