CAOS ZONE ROSSE/ Il giurista: c’è una soluzione allo scontro governo-regioni

- int. Enzo Cheli

Caos zone rosse: la cabina di regia tecnica non funziona. Ne va fatta un'altra, più politica. Basta attuare l'art. 11 della legge costituzionale 3/2001

boccia conte 1 lapresse1280 640x300 Il ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Francesco Boccia, con Giuseppe Conte (LaPresse)

Cinque regioni in area gialla passano in area arancione: Abruzzo, Basilicata, Liguria, Toscana e Umbria. Lo stabilisce un’ordinanza firmata dal ministro della Salute Roberto Speranza. L’Istituto superiore di sanità fa sapere che è in corso una verifica dei dati epidemiologici di tutte le altre regioni, mentre oggi l’attenzione sarà concentrata sulla Campania, ancora in fascia gialla.

Molti governatori non si rassegnano e chiedono chiarezza. Dà loro ragione Enzo Cheli, costituzionalista, vicepresidente emerito della Consulta, che però mette in guardia sulle prerogative che spettano al governo centrale. In un momento come questo, dice al Sussidiario, “il governo ha il dovere di usare con forza il suo potere di coordinamento. Non possono essere le regioni a decidere di graduare gli interventi”.

Cheli osserva anche che la cabina di regia attuale non ha funzionato. La sua proposta? “Integrare con i rappresentanti delle regioni la commissione parlamentare per le questioni regionali. Lo dice l’articolo 11 della legge costituzionale 3/2001, finora non è avvenuto”.

“Serve un lockdown nelle grandi città, ma lo impongano i governatori” ha detto Ricciardi, consulente di Speranza. Allora lo scaricabarile c’è.

Se fosse così sarebbe una linea errata, perché l’aggravarsi della situazione ha messo in luce due profili critici. Il primo è il difetto di coordinamento tra governo e parlamento sulle misure da prendere mediante Dpcm.

Con quali conseguenze?

Il rapporto tra maggioranza e opposizione è entrato in crisi proprio quando l’esigenza di decisioni unitarie nel perseguimento della difesa della salute era maggiore.

E l’altro profilo critico?

In questo momento è ancor più grave, ed è la mancanza di coordinamento tra Stato e regioni.

Come si supera?

Solo accentuando il governo dell’amministrazione centrale nei rapporti con le regioni.

Torniamo ai Dpcm. Perché non si fronteggia l’emergenza con il decreto legge, come si è sempre fatto in passato?

Il decreto legge è lo strumento più veloce come fonte primaria, però i tempi di conversione in parlamento possono allungarsi e modificare il testo originario. In un momento come questo servono continuità, flessibilità e rapidità; il Dpcm risponde ai requisiti, sia pure soltanto come strumento amministrativo, ed è legittimo a condizione di avere una copertura nella norma primaria.

E la copertura primaria c’è?

All’inizio era molto discutibile, perché il decreto legge autorizzativo era troppo generico rispetto ai limiti che il Dpcm apportava alle libertà fondamentali. Dopo le polemiche, il governo è intervenuto con un nuovo Dl più specifico e direi che attualmente l’anomalia è stata corretta.

Rimane il fatto che il parlamento fino a poco fa interveniva solo a cose fatte.

Adesso il governo ha adottato la linea dell’informativa preventiva, come è avvenuto nell’ultimo Dpcm. È una soluzione soddisfacente.

Però il coordinamento governo-parlamento ancora non funziona. Perché?

Perché il parlamento, invece di perseguire una linea unitaria di interesse nazionale, antepone le divisioni tra maggioranza e opposizione.

Da cosa dipende invece lo scoordinamento governo-regioni?

Da valutazioni politiche che nascono dalle divisioni interne alla maggioranza, ma probabilmente anche da un terzo difetto di coordinamento, che è quello tra governo e strumenti di analisi tecnica.

In che senso?

Le misure prese dal governo devono avere una base scientifica, fornita dal Cts ed elaborata dalla cabina di regia. Ma entrambi gli strumenti non hanno funzionato a dovere. Probabilmente non hanno rappresentato la reale situazione esistente nelle regioni, o l’hanno fatto in modo insufficiente.

È giusto, in situazioni diverse, agire con misure differenziate?

Le situazioni sono diverse, ma proprio per questo vanno gestite in modo unitario dal governo, non dai poteri locali, che rischiano di assumere iniziative variegate con danni gravi per la salute e l’economia. Non si può andare avanti regione per regione.

Vede l’eventualità di ricorsi contro l’ultimo Dpcm e le tre fasce?

Credo che la possibilità ci sia; sarebbero ricorsi che lasciano il tempo che trovano, perché la situazione evolve con una tale rapidità che se anche un Tar decidesse velocemente, ci troveremmo con grande probabilità davanti ad una situazione irriducibile a quella di partenza.

Resta il fatto che durante la prima ondata il governo ha centralizzato ogni decisione possibile, adesso invece sembra lasciare l’onere delle decisioni più scomode in mano alle regioni.

È un errore del governo. Nell’aggravarsi dell’emergenza, quando le regioni scalpitano o addirittura adottano ordinanze incostituzionali, ad esempio impedendo l’ingresso o l’uscita dal proprio territorio, il governo ha il dovere di usare con forza il suo potere di coordinamento. Lo stabilisce l’art. 120 della Costituzione.

A che cosa pensa in particolare?

Vedo che si sta discutendo della correttezza e della tempestività dei dati trasmessi a Roma dalle regioni; le inadempienze sotto questo profilo sarebbero molto gravi.

“Nate come strumento di analisi per le regioni, le fasce sono diventate nottetempo un sistema di classificazione dei territori” ha detto Luca Zaia al Corriere.

Le valutazioni tecniche che hanno condotto alla classificazione devono essere adeguate e trasparenti, su questo le regioni hanno ragione a volere chiarezza. Ma la classificazione la deve fare lo Stato.

Le regioni – Zaia in testa – chiedono più autonomia. Richiesta fondata?

L’autonomia delle regioni è costituzionalmente garantita e va rispettata. Quando però l’emergenza richiede un coordinamento supplementare e non si riesce a produrlo, occorre che i poteri centrali si rafforzino. Non possono essere le regioni a decidere di graduare gli interventi.

In parlamento ci sono progetti per introdurre la cosiddetta clausola di supremazia. Di che si tratta?

Verrebbe introdotto in Costituzione una clausola secondo la quale, in situazioni di inadempienza regionale o di scarso coordinamento delle decisioni, lo Stato può intervenire e acquisire la competenza.

Non basta l’articolo 120?

Il 120 riguarda i poteri amministrativi, la clausola di supremazia riguarderebbe il potere legislativo: lo Stato non può intervenire nelle materie di competenza regionale se non per principi generali. Introdotta la clausola di supremazia, lo Stato potrebbe intervenire sempre.

Non crede che proprio alla luce delle sue considerazioni ci sia un deficit di decisione politica nel governo?

Sicuramente sì, ma bisogna tenere conto dell’assoluta straordinarietà, rischiosità e novità della decisione. Serve sicuramente un coordinamento più forte.

Cosa dovrebbe fare il governo dopo la comunicazione preventiva delle decisioni in parlamento?

La legge costituzionale 3/2001 all’articolo 11 integra la commissione parlamentare per le questioni regionali con i rappresentanti delle regioni, ma fino ad oggi questo non è avvenuto. Andrebbe fatto rapidamente.

Che cosa prevede?

Oggi la commissione è composta solamente di parlamentari nazionali. Integrata con i rappresentanti regionali, come prevede l’articolo 11, diventerebbe una sorta di cabina di regia che rafforza l’efficacia del coordinamento Stato-regioni.

Conte le risponderebbe che una cabina di regia c’è già, quella tecnica, con dentro ministero della Salute, membri del Cts e altri.

È vero, ma almeno finora mi sembra che sia stata inadeguata proprio con riferimento al profilo dei rapporti tra stato e regioni.

(Federico Ferraù)





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