CARTOLINA DA NEW YORK/ “Il far west non c’è più, perché tutti sono armati?”

- Carole Rinville

Sentire un figlio raccontare di un’esercitazione anti-sparatoria a scuola suscita molte domande sulla libertà di armarsi

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New York, la polizia dopo una sparatoria vicino all'Empire State Building (LaPresse)

NEW YORK – Tornando a casa da scuola, l’altra sera, mia figlia mi ha spiegato, senza particolare emozione, che avevano seguito una “school lockdown drill”, una procedura di sicurezza che simula un attacco armato e allena insegnanti e studenti a reagire rapidamente ed efficacemente in caso di sparatoria. Mentre l’ascoltavo mi venivano i brividi, ma anche alcuni pensieri. Dopo aver sentito l’annuncio al microfono, gli studenti della scuola (ce ne sono 1500 nel campus di Manhattan) si sono chiusi nelle loro rispettive aule, al buio e senza rumore, nascondendosi sotto i loro banchi lontano da finestre e porte per 15 minuti. Questa procedura, introdotta dopo la sparatoria alla Columbine High School nel 1999, viene eseguita più volte all’anno nella maggior parte delle scuole e università americane. Chi non ricorda questa tragedia che ancora oggi tormenta gli Stati Uniti (2 adolescenti per più di 40 minuti hanno sparato ai compagni e agli insegnanti che incontravano nella scuola, uccidendo 13 persone e ferendone decine prima di suicidarsi) può vedere il film documentario di Michael Moore, Bowling for Columbine, che per la prima volta nella storia del paese portò sullo schermo l’orrore e denunciò apertamente il macabro potere della Nra, la National Rifle Association, la lobby pro-armi negli Stati Uniti, e la sua influenza nella politica.

Ma da Columbine, più di 20 anni dopo e decine di altre sparatorie, cosa è cambiato veramente? La sicurezza nelle scuole è stata rafforzata, non c’è dubbio: controlli degli ingressi, serrature automatiche delle porte, telecamere, simulazioni e guardie sono una risposta concreta in molte scuole a questa minaccia imprevedibile. Ma in realtà, ogni sparatoria in ambito scolastico in America – la più recente è stata pochi giorni fa in un liceo del Michigan dove un adolescente, portando una pistola semiautomatica comprata dal padre la settimana prima, ha ucciso quattro studenti e ne ha feriti altri sette – ma anche in un luogo pubblico, in un supermercato o al lavoro, ci ricorda che la questione del porto d’armi è un argomento sensibile che divide gli Stati Uniti.

Ogni giorno più di 100 persone muoiono e più di 230 sono ferite da armi da fuoco. Paradossalmente, mentre il numero di sparatorie di massa è in aumento, gli Stati sembrano muoversi verso un maggiore liberalismo sull’acquisto e il trasporto di armi in luoghi pubblici e non solo quegli Stati precedentemente considerati conservatori e pro-armi. Le vendite di armi hanno raggiunto livelli record nel 2020 e 39,7 milioni di persone che volevano comprare un’arma hanno avuto un controllo sul loro background. Un livello record.

Argomenti delle lobby pro-armi: più i cittadini sono armati, più la sicurezza pubblica è assicurata. Inoltre, sostengono che la decisione di portare una pistola in pubblico non dovrebbe essere lasciata al governo. I sostenitori del trasporto senza licenza l’hanno ribattezzato “trasporto costituzionale”. Perché alla fine si ritorna sempre al cuore della controversia, il secondo emendamento della Bill of Rights, la Costituzione degli Stati Uniti, scritta nel 1791 e mai emendata da allora, che permette ad un cittadino di possedere una pistola. Poche parole scritte all’indomani della guerra d’indipendenza, quando la polizia quasi non esisteva e ogni cittadino doveva garantire la propria sicurezza e quella della sua comunità, in particolare organizzandosi in milizie, milizie alle quali si riferisce direttamente il secondo emendamento.

Ma oggi siamo molto lontani del Far West e dai problemi di autodifesa. La violenza generata oggi dall’interpretazione di questo emendamento, i considerevoli interessi delle industrie di armi e la pressione che esse esercitano, non solo sui politici, per bloccare al Congresso qualsiasi proposta di legge che miri a limitare la vendita di armi, ma anche sui cittadini attraverso slogan che fanno dell’arma da fuoco uno strumento di libertà e quindi una componente dell’identità americana, ha un enorme costo umano e sociale.

Joe Biden parla di epidemia, di vergogna internazionale e come molti dei suoi predecessori annuncia riforme. Ma è un abisso ideologico che separa ancora i sostenitori di entrambi i campi e nonostante le onde d’urto create dagli omicidi, i cortei di studenti delle scuole superiori che caminano attraverso il paese per cambiare la legge, la vendita delle armi in aumento e il capitale di simpatia della Nra negli ultimi anni dimostrano che non ci siamo ancora.

Controllare la vendita di armi sarebbe un buon inizio per risolvere le manifestazioni visibili dell’“epidemia” di cui parla il presidente degli Stati Uniti, ma cercare di capire le ragioni più profonde della violenza che pervade la società americana sarebbe certamente un modo più efficace per avvicinarne la guarigione.

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