Caso Mario Salerno/ “Amanti diabolici” a rischio prescrizione: “Chiedo giustizia”

- Mirko Bompiani

Caso Mario Salerno, processo va avanti da 18 anni e ora c’è il rischio prescrizione per i due amanti diabolici: le parole della vittima.

mario salerno
Mario Salerno (Storie Italiane)

É grande la rabbia di Mario Salerno. L’uomo, imprenditore, da 18 anni sta cercando giustizia: il 9 gennaio 2003 venne investito da una macchina, guidata dall’amante dell’ex moglie. Un tentato omicidio che ha visto condannati i due amanti diabolici, così come sono stati ribattezzati dalla stampa locale, sia in I che in II grado: 10 anni di reclusione. Ma purtroppo non è finita qui. Sono stati numerosi i problemi nel corso del processo, tra rinvii e sparizione di documenti, tant’è che ora c’è il rischio prescrizione. «Continuo a temere per la mia vita, continuo a chiedere giustizia», le parole di Mario Salerno ai microfoni di Storie Italiane.

Ospite di Eleonora Daniele, Mario Salerno ha ricostruito quanto accaduto quella serata di 18 anni fa: «Io andavo periodicamente a Potenza, la sera sono uscito dalla sede centrale in una strada senza marciapiede. Sono stato investito ma ha dovuto anche sterzare perché rischiava di colpire anche la mia macchina». «Ho avuto la fortuna di andare sopra la macchina e non sotto, se fosse partito 30 secondi prima forse ci sarebbe riuscito», ha aggiunto l’uomo, che si è poi soffermato sil processo: «Sono stati condannati in I e II grado a 10 anni di reclusione, ma in questo processo è accaduto di tutto. Il processo è stato rinviato, è sparito il fascicolo delle intercettazioni…».

Ora Mario Salerno chiede giustizia: «Non ce l’ho con queste persone, ma con chi non ha fatto un intervento preciso. Adesso, per cavilli legali, siamo arrivati a 18 anni di processo» E purtroppo non sono mancati problemi familiari: «É stata dura, crescere dei figli… mi dispiace soltanto che la prima bimba l’ho perduta, crede che abbia ricostruito tutta questa scena per incastrare la madre e non mi vuole vedere. Perdere una figlia è la parte più dolente».

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