CASO PALAMARA/ E riforma del Csm: voglia di vendetta più che di giustizia

- Paolo Maninchedda

Si vuole l’esecuzione politica di Palamara, orchestrata dal Csm, per lasciare tutto com’è. Ci vorrebbe invece una commissione di inchiesta

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Durante una seduta del Csm. Da sin., Mario Suriano, Marco Mancinetti, Piercamillo Davigo, Michele Cerabona

Caro direttore,
quando Craxi definì Mario Chiesa un “mariuolo” commise uno degli errori politici – e umani – più gravi della sua storia.

Chi ritiene oggi di amnistiare la magistratura italiana condannando il solo Palamara percorre lo stesso sentiero, con maggiori rischi.

Chiesa infatti terremotò la Repubblica pur essendo solo un ufficiale del sistema politico milanese; Palamara è un generale dell’apparato italico. La sua fustigazione e decapitazione pubblica può avvenire senza danni per l’ordine cui lui stesso appartiene, solo costringendolo al silenzio o attenuandone la voce fino a flebile suono.

La potente e novella mordacchia è l’imminente processo, dei custodi sul custode, dinanzi alla sezione disciplinare del Csm; l’efficace trasparenza, invece, sarebbe la pubblica azione di una commissione parlamentare di inchiesta.

Quel che resta della grande costruzione ideologica che si chiama Italia, dinanzi a questo possibile bivio dovrebbe chiedersi di che cosa abbia realmente bisogno: di un’esecuzione o di una profonda comprensione?

Mani Pulite cercò la punizione delle colpe prima che l’intelligenza degli eventi. E infatti le cose continuarono ad andare come prima, con la sola imprevista sostituzione degli attori giustiziati con interpreti diversi da quelli vaticinati.

Oggi, si vorrebbe fare la riforma del Csm prima di aver capito, di aver scavato, di aver illuminato. Si vuol far vendetta piuttosto che giustizia. Oggi si vorrebbe chiudere la falla di verità che si è aperta con le 99mila pagine del dossier Palamara, espellendo dalla magistratura il suo ex leader, riducendo allo stato laicale una dozzina di magistrati e trasferendone altrettanti.

Il correntismo, il gruppettarismo della magistratura, la sua specifica politicizzazione sono solo alcune parti del problema ed è proprio sulle altre che si vuol stendere un velo omertoso.

Non si vuole far luce sul potere e sugli errori della polizia giudiziaria. Non si vuole dire che troppo spesso il magistrato, preoccupato di far procedere la sua tabella, prende per buono anche l’inverosimile presente nei rapporti della Pg, semplicemente perché non li legge e analizza con cura.

Non si vuole far luce sull’abuso dell’imputazione di “associazione a delinquere” per poter spiare senza garanzie gli indagati; non si vuole far luce sull’abitudine impunita di inviare gli avvisi di garanzia non quando realmente si inizia a indagare, o dopo i primi tre mesi, ma in occasione degli arresti o del “fine indagini”.

Non si vuole indagare sul mercimonio degli encomi nelle forze dell’ordine, con profluvio tanto più abbondante quanto più clamorosi sono gli arresti.

Non si vuole far luce sull’arcaico segreto di polizia.

Non si vuole far luce sulla pessima abitudine di iscrivere le persone al registro degli indagati e poi non archiviare, in mancanza di prove, ma lasciare i dossier sulle sedie ad aspettare che prima o poi l’interessato commetta un passo falso, per ricongiungere il tutto e giustificare il dispendio di risorse realizzato e mascherare la persecuzione attuata come una nobilissima e annosa indagine.

Le probabilità, dunque, di una vera stagione di riforme sono proporzionali al grado di trasparenza e di discussione che si raggiungerà sulle carte di Palamara. Per capire e svelare si dovrebbe essere disposti a giungere con lui ad un accordo quale quelli che si sono stipulati con i collaboratori di giustizia: garanzie sul futuro personale in cambio di dettagliate e circostanziate testimonianze.

Invece, come al solito, è iniziata la trattativa con i media e con i loro azionisti per oscurare o depotenziare le sue parole e le sue ragioni, in modo da limitare i danni. In cambio di questo depistaggio storico e civico, si offrono circoscritte riabilitazioni, parziali attenuazioni, limitati riassetti di potere. È una sorta di piccola strategia giubilare: liberare due o tre prigionieri, punire un boia e far dimenticare per un giorno il volto feroce del tiranno e il sangue delle sue vittime, rivolante e raggrumato nelle diverse regioni d’Italia.

Ecco, fermiamoci qui, per adesso, con una certezza: se i tecnici delle luci metteranno al buio il teatro, che siamo noi, al riaccendersi delle lampadine mercenarie troveremo il teatro (cioè lo Stato) tale e quale, Palamara smembrato e un bello spettacolo di varietà sul palcoscenico, o una partita di champions, per l’oblio. Siamo tutti legittimati a divenire elettricisti per la libertà delle generazioni che verranno.

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