CASO TAIWAN/ La polpetta avvelenata di Mike Pompeo per Joe Biden

- Marco Orioles

Il 9 gennaio Mike Pompeo ha rimosso tutte le restrizioni autoimposte dagli Usa nelle relazioni con Taiwan. Un problema per Biden

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Donald Trump con Mike Pompeo, segretario di Stato (LaPresse)

Mentre Donald Trump dopo le elezioni del 3 novembre ingaggiava la sua battaglia solitaria contro la democrazia Usa, un suo fedele collaboratore si comportava come se nulla fosse successo. Stiamo parlando di Mike Pompeo, il segretario di Stato, che ha trascorso queste frenetiche settimane continuando la sua ordinaria azione diplomatica e rivendicando con dovizia di particolari i risultati del suo operato sui propri profili social, forse in vista di una sua candidatura alle presidenziali del 2024.

In particolare, mentre il suo capo si accingeva ad affrontare le conseguenze dell’apocalisse da lui stesso suscitata dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio, Pompeo sferrava un ultimo colpo letale al suo bersaglio prediletto, la Cina. Il 9 gennaio, infatti, il segretario di Stato rimuoveva tutte le restrizioni autoimposte dagli Usa nelle relazioni con Taiwan. Nello Statement con cui il giorno stesso Pompeo annunciava la decisione, sottolineava come Taiwan è una “vibrante democrazia e un affidabile partner degli Stati Uniti, eppure per diversi decenni il Dipartimento di Stato ha creato complesse restrizioni interne per permettere ai diplomatici, agli alti funzionari di interagire con le loro controparti taiwanesi. Il governo degli Stati Uniti ha assunto queste misure unilateralmente nel tentativo di accomodare (appeasement) il regime comunista di Pechino. Questo non accadrà più”. Ecco dunque Pompeo annunciare, all’interno della stessa dichiarazione, che “sto cancellando tutte queste restrizioni autoimposte. Le agenzie governative dovranno considerare tutte le linee guida di contatto riguardanti le relazioni con Taiwan in precedenza emanate dal Dipartimento di Stato … nulle e vuote”.

Come ha rilevato il Japan Times l’amministrazione Trump chiude la sua parabola esattamente come l’aveva cominciata, ossia alterando il delicato status quo delle relazioni trilaterali Usa-Cina-Taiwan. Come è noto, quando 40 anni or sono gli Usa disconobbero Taiwan riconoscendo al suo posto la Repubblica Popolare Cinese, le relazioni tra America e Taiwan non si interruppero ma diventarono ufficiose. Tuttavia, pur aderendo alla politica dell’una sola Cina, gli Usa si ripromettevano di continuare a sostenere militarmente Taiwan rifornendola negli anni di armi sempre più sofisticate indispensabili come deterrenza verso le mire che Pechino nutre nei confronti dell’isola. Erano gli anni della cosiddetta ambiguità strategica degli Usa che da un lato intessevano relazioni sempre più strette con la Cina comunista e dall’altro facevano intendere, pur senza dichiararlo apertamente, che sarebbero intervenuti in soccorso di Taiwan in caso di invasione o attacco.

È proprio a questa ambiguità che Pompeo ha mirato quando, cancellando le restrizioni autoimposte dal dipartimento, ne sgretolava un pezzo sostanzioso. Del resto, osserva il Guardian, quelle linee guida sono state sempre meno rispettate nel tempo e ultimamente l’amministrazione Trump, varando il Taiwan Assurance Act del 2019, aveva evidenziato come quelle restrizioni avessero prodotto “un’insufficiente comunicazione di alto livello” con i vertici dell’isola ordinandone la revisione entro 180 giorni. Di tempo per questa rivisitazione ce n’è voluto di più, ma d’ora in poi, osserva Bonnie Glaser del  Center for Strategic and International Studies, i politici e i funzionari taiwanesi e americani per i loro meeting non saranno più costretti a scegliere anonimi hotel mentre, come spiega il South China Morning Post, i membri del Dipartimento di Stato, nel visitare Taiwan, potranno finalmente utilizzare i loro passaporti ufficiali. Inoltre non sarà più inibito l’uso nei documenti ufficiali di espressioni come “il governo di Taiwan” o “il paese di Taiwan”.

Un’altra prassi che d’ora in poi non sarà più proibita saranno i contatti ad alto livello. Questo tuttavia è un tabù che Trump aveva già infranto lo scorso agosto (per tacere della famosa telefonata di congratulazioni ricevuta dal tycoon dalla presidente di Taiwan dopo la vittoria elettorale del 2016), quando fece tappa a Taiwan il segretario alla salute Alex Azar, diventato così il più alto politico americano a mettere piede nell’isola dopo decenni. Il mese dopo è stato il turno di Keith Krach, sottosegretario di stato per la Crescita, l’Energia e l’Ambiente. Ed era stata programmata all’ultimo minuto persino la visita dell’ambasciatrice Usa all’Onu Kelly Craft, poi cancellata senza fornire troppe spiegazioni. Naturalmente tutte queste mosse hanno fatto infuriare la Cina che nel caso dei passaggi di Azar e Krach a Taipei aveva spinto minacciosamente i propri jet fino ai confine dell’isola mentre nel caso di Craft aveva ammonito gli Usa che “pagheranno un duro  prezzo per le loro erronee azioni”.

Ma perché esasperare la Cina e soprattutto perché in questo momento? A detta di Evan S. Medeiros, già membro del Consiglio  di Sicurezza Nazionale ed ora docente alla Georgetown University, la mossa di Pompeo equivale a poco più che fumo negli occhi, visto che “l’amministrazione sarà finita in due settimane”. Bonnie Glaser si chiede invece se queste misure fossero davvero nell’interesse nazionale americano e come mai, se così fosse, non fossero state assunte all’inizio del mandato di Trump. Ma forse ha più ragione il New York Times nel sottolineare come con questo atto – peraltro facilmente reversibile da parte del prossimo Segretario di Stato Antony Blinken – rappresenti una trappola per il successore di Trump, che o sarà costretto a digerire il cambiamento o dovrà platealmente annullarlo esponendosi così all’accusa di essere debole nei confronti della Cina. È un punto di vista condiviso da Thomas Wright, senior fellow al Brookings Institute di New York, secondo il quale l’iniziativa di Pompeo è tutta in chiave interna, ossia politica.

Se così fosse, rileva  Jessica Drun, non-resident fellow al think tank Project 2049, si sarebbe prodotto un vulnus nell’ambito della politica americana stessa, dove la questione di Taiwan, anziché essere unificante, rischia di diventare oggetto di scontro partigiano. Ad ogni modo Joe Biden non sembra intenzionato a cadere nell’imbuto creato dall’atto di Pompeo. Un portavoce del suo transition team ha infatti dichiarato  al Financial Times che il neopresidente terrà fede alla politica dell’una sola Cina e, una volta entrato in carica, continuerà a “supportare una soluzione pacifica” della disputa su Taiwan.

Indipendentemente dagli sviluppi americani, un dato resta stabile: la ferma opposizione di Pechino a ogni modifica dello status quo. Ne è una prova la dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri  Zhao Lijian che così si è espresso a due giorni di distanza dallo statement di Pompeo: “la risolutezza del popolo cinese nel difendere la nostra sovranità e integrità territoriale è incrollabile e non permetteremo ad alcuno di arrestare il processo della riunificazione cinese. Qualsiasi azione che danneggi gli interessi chiave della Cina andrà incontro al più deciso contrattacco e non avrà successo”.

Vedremo dunque cosa faranno Blinken e Biden con la polpetta avvelenata somministrata loro dal più falco anticinese dei collaboratori di Trump.

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