CASO TRUMP/ Repubblicani spaccati e grandi assenti: tutte le mine per il tycoon Ini

- Vincenzo Caccioppoli

All'annuale conferenza dei conservatori americani sono emerse le divisioni all'interno del Gop. I rivali di Trump non si fanno vedere e non lo temono

trump 8 lapresse1280 640x300 Donald Trump (LaPresse)

C’era moltissima attesa all’annuale conferenza dei conservatori americani del Cpac (Conservative Political Action Conference) tenutasi a Washington dal 1 al 4 marzo. La presenza di Donald Trump, oltre a quella di altre decine di personalità di spicco dell’Old party americano, tra cui l’ex segretario di Stato Mike Pompeo, avevano catalizzato l’attenzione di osservatori e politica nazionale sulla quattro giorni, che dal 1974 rappresenta uno dei più importanti eventi della politica americana conservatrice. Fu Ronald Reagan, il mai dimenticato presidente americano di quegli anni, a tenere il discorso inaugurale della prima edizione.

Steve Bannon, ex ideologo del primo Trump, ha assicurato la platea che il tycoon avrebbe facilmente vinto sia le primarie repubblicane che la presidenza del 2024. E la platea accorsa numerosa sembra dar credito a questa tesi, ad indicare dagli applausi che hanno riservato al discorso di circa un’ora che Trump ha tenuto nell’ultimo giorno della conferenza.

Ma quello che pensa la base del partito non è quello che pensa la nomenclatura del partito dei conservatori, che si trova nella delicata situazione di dover sopportare la troppo ingombrante figura dell’ex presidente, considerato il più forte candidato alle primarie, ma con scarse possibilità di dare filo da torcere all’attuale presidente Joe Biden, che ha già annunciato l’intenzione di ricandidarsi tra un anno.

L’impresario organizzatore del Cpac Matt Schlapp, grande sostenitore di Trump, che sta combattendo una causa per un’accusa di aggressione sessuale, ha riconosciuto giovedì: “Ci sono molte chiacchiere nei media su chi è qui e non qui”. Intendendo come proprio la presenza di Trump abbia determinato una serie di defezioni, a cominciare da quello che attualmente appare come il più serio competitor nella corsa delle primarie dell’Old Party, il governatore della Florida Ron DeSantis, che ha già annunciato la sua candidatura. Gli assenti includevano altri potenziali candidati come il governatore della Virginia, Glenn Youngkin, o l’ex vicepresidente Mike Pence; o ancora il senatore Tim Scott.

Anche il leader delle minoranze del Senato repubblicano Mitch McConnell e il presidente del comitato nazionale repubblicano Ronna McDaniel hanno preferito dare forfait. Questo è il clima che si respira intorno ai repubblicani, un partito che appare spaccato, soprattutto dopo la sconfitta alle elezioni di midterm, dove al Senato i democratici a sorpresa hanno guadagnato la maggioranza. E proprio la sconfitta dei candidati più vicini al tycoon newyorkese è stata determinante per far vincere i democratici.

Questo fatto, unito alle tante inchieste che lo hanno toccato in questi ultimi tre anni, hanno reso certamente Trump molto più debole e attaccabile, anche da un partito che fino a poco tempo fa pendeva dalle sue labbra. Ma l’ex presidente ha la scorza dura e dà il meglio di sé proprio nelle situazioni più complicate. L’exploit del 2016 è lì a dimostrarlo. Proprio il fatto che fino ad ora nessuno dei possibili contendenti abbia ancora avuto il coraggio di affrontarlo in campo aperto mostra chiaramente come lui sia ancora l’uomo da battere e il suo appeal sulla base repubblicana è ancora alto, malgrado tutto (gli ultimi sondaggi lo vedono al 53% dei consensi, contro il 32,8 di DeSantis e il misero 4,5% della Haley).

Trump, consapevole di questo, ha subito preso di petto l’audience del Cpac, con argomenti forti che sono sentiti dall’America rurale e operaia, che lo ha votato in massa non solo nel 2016, ma anche nel 2020: in primis la guerra in Ucraina e tutto quello che essa comporta a livello politico ma soprattutto economico. “Cacceremo Joe Biden dalla Casa Bianca, dobbiamo finire quello che abbiamo iniziato. Assisteremo a questa battaglia fino alla vittoria finale”, dice il tycoon che – in caso di rielezione – assicura: “Metterò fine al conflitto in Ucraina in un giorno, sono l’unico che può evitare la terza guerra mondiale”.

La base crede ancora in lui, e nessuno dei suoi rivali sembra in grado di poterlo contrastare efficacemente. Anche se l’élite del partito sembra volerlo scaricare, considerandolo ormai come un candidato troppo ingombrante e scomodo e senza avere alcuna possibilità di rivincere le elezioni nel 2024. Il partito, però, non sembra in grado di mettere in pratica questo proposito, a causa della sua debolezza interna e dei suoi tanti contrasti, che lo rendono un partito mai come ora diviso e spaccato.

Lo stesso Ron DeSantis, su cui molto sembrano puntate tra i repubblicani ostili a Trump, pur avendo governato bene la Florida, non sembra avere quel carisma e quell’appeal in grado di superare il consenso ancora alto dell’ex presidente tra la base dei votanti repubblicani. Ma la sfida per le primarie è ancora lunga, molti candidati restano ancora nell’ ombra, e non è detto che per Trump la strada sia tutta in discesa, anzi.

Larry Jacobs, direttore del Center for the Study of Politics and Governance dell’Università del Minnesota, ha dichiarato: “Non vedo molta paura nel partito di Trump. Mi sembra che ci sia stato un accordo davvero ampio nei circoli repubblicani sul fatto che Trump sia debole e che sia battibile. Inoltre, potrebbe essere ancora più debole con le prossime accuse. Per me quello che sta succedendo in questo momento è solo la conferma che la presa di Trump sul partito repubblicano si sta allentando”.

Intanto mentre Trump parlava al Cpac, DeSantis era ad una raccolta fondi repubblicana. “Sono all’attacco”, ha detto De Santis a un evento del Conservative Club for Growth al The Breakers Palm Beach Resort. “Alcuni di questi repubblicani si siedono come piante in vaso e lasciano che siano i media a definire i termini del dibattito. Lasciano che la sinistra definisca i termini del dibattito. Prendono tutto ciò che arriva perché non stanno facendo nulla. E io ho detto: ‘Non è quello che facciamo””. Insomma la lunga sfida per le primarie è già cominciata e si prevede ricca di suspense e colpi bassi, che alla fine potrebbero portare ad un indebolimento del candidato repubblicano, chiunque esso sia, ancora prima di sfidare quello democratico per la presidenza del prossimo anno.

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