CASSAZIONE/ Minori non obbligati a vedere i nonni: è buona solo una relazione che aiuta a crescere

- Paola Binetti

La Cassazione ha stabilito che i nipoti vanno rispettati nella loro libertà di relazione, soprattutto se i nonni hanno problemi che non vogliono affrontare

giustizia cassazione giudici 1 lapresse1280 640x300 Corte di Cassazione (LaPresse)

Non c’è dubbio che la crisi della famiglia, con i suoi legami spesso fin troppo light, fino a diventare francamente tossici, abbia creato nei più piccoli nuove dimensioni di disagio e sofferenza. Troppo spesso sono le vittime innocenti delle tensioni che dividono padre e madre, fino a diventare oggetto di piccole grandi vendette, di rancori che trascinano questioni economiche, fino a trasformarsi in veri propri ricatti che trattano i figli in una sorta di mercificazione sgradevole e amara.

Non stupisce che i bambini in questi casi sperimentino l’amarezza della solitudine e cerchino consolazione nei nonni. I nonni paterni e i nonni materni, che sollevati dalla responsabilità dell’educare possono dilatare le risorse del cuore in un abbraccio di tenerezza che cura e che compensa le ferite inferte dagli stessi genitori. Una sorte di giustizia riparativa che permette di transitare dall’infanzia all’adolescenza, senza scivolare nei sensi di colpa di chi, oltre tutto, teme di essere responsabile delle frizioni tra i suoi genitori.

Ci sono “meccanismi” che la stessa natura ha creato perché a nessuno venga meno quell’amore senza il quale è impossibile vivere. Non si può vivere senza sentirsi amati, senza sentirsi accettati e la famiglia, anche nella sua dimensione allargata, tri-generazionale, contiene in se stessa la sua forza riparativa e compensativa.

Ma questo è possibile solo se i nonni sono all’altezza della loro missione. Se sanno amare i nipoti di un amore generoso e non possessivo. Se sanno rispettare i chiaroscuri dell’anima dei loro nipoti, se ne comprendono gli insondabili bisogni di affetto e di identità. Perché la centralità della relazione è dettata dai bisogni dei più fragili, dei piccoli, e non da falsi diritti di adulti che ancora una volta si servono dei più piccoli per soddisfare le loro frustrazioni; per compensare ferite loro, spesso antiche e radicate in storie personali complicate, che debbono trovare altrove la loro soluzione. Il primato nella relazione è quello di chi ha più bisogno e non può tollerare altri espropri affettivi che ne minacciano la struttura psicologica e ne compromettono il senso profondo di una identità personale.

Per questo servono nonni equilibrati, che abbiano risolto i loro problemi e non vogliano strumentalizzare ancora una volta i più piccoli e fragili. Ma la recente sentenza della Cassazione, oltre ai bisogni affettivi dei ragazzi, punta il suo focus sui diritti dei bambini, sul loro diritto fondamentale ad essere ascoltati e a poter dire cosa vogliono, di cosa serve al loro processo di crescita e maturazione, in un clima di libertà.

La Cassazione, partendo dal rifiuto di un nipote a incontrare una nonna che appare possessiva, rigida, vincolata a un’erronea percezione dei suoi diritti, pretende di imporre al ragazzo la sua presenza. Una nonna problematica, che non vuole riconoscere il suo bisogno di curarsi lei per prima, per non diventare un ulteriore oggetto di sofferenza per il ragazzo. Istintivamente il ragazzo si difende rifiutando un rapporto tossico, difende sé stesso e il suo futuro e chiede alla legge di essere tutelato. Non c’è un diritto dei nonni al rapporto coi nipoti, senza un diritto ben più forte e strutturato del bambino, dei nipoti, a scegliere con chi entrare e restare in rapporto.

Lo sottolinea la Cassazione che avverte: non ci può essere alcuna “imposizione ‘manu militari’ di una relazione sgradita e non voluta”, soprattutto se si tratta di ragazzini capaci “di discernimento” o che abbiano compiuto 12 anni. È stato così accolto il ricorso dei genitori di due bimbi costretti a vedere i nonni.

È il caso di una famiglia con rapporti molto difficili tra i genitori di due bimbi e i nonni e lo zio paterni che si erano rivolti alla magistratura per incontrare i nipoti. La sentenza della Cassazione afferma in modo inequivocabile: “Compito del giudice non è quello di individuare quale dei parenti debba imporsi sull’altro nella situazione di conflitto, ma di stabilire, rivolgendo la propria attenzione al superiore interesse del minore, se i rapporti non armonici (o addirittura conflittuali) fra gli adulti facenti parte della comunità parentale si possano comporre e come ciò debba avvenire”.

I fatti concreti evidenziati dagli stessi servizi sociali sottolineavano “l’impossibilità di provvedere alla mediazione perché il conflitto risultava irrisolvibile”. Ciò nonostante, per garantire anche ai nonni la possibilità di mantenere il loro rapporto con i nipoti, il Tribunale di Milano aveva disposto gli incontri con i nonni paterni alla presenza di un educatore e aveva stabilito che i rapporti potessero procedere “in forma libera” se la nonna “avesse provato di essersi fatta assistere da uno psichiatra dando continuità alle cure”. La nonna paterna era molto aggressiva verso i genitori dei ragazzi e questo risultava destabilizzante per loro. Creava un disagio difficile da elaborare e sollecitava un meccanismo di difesa che si traduceva nel rifiuto della nonna stessa. Per sanare questo dissidio in un’ottica di ricomposizione della trama relazionale familiare, il Tribunale si era esposto fino a proporre una terapia familiare che coinvolgesse tutti i vari membri della famiglia, dai genitori ai nonni, in una rinnovata rete di rapporti familiari. Ma la mancata consapevolezza che i nonni paterni, a cominciare dalla nonna, avevano dei loro personali problemi, ha reso impossibile anche questo estremo tentativo di ricomposizione familiare. Ogni tentativo infatti finiva col precipitare in un’ulteriore sofferenza dei ragazzi, che si rifiutavano di subire ulteriori forme di aggressività, di compromissione della loro libertà e in definitiva dei loro diritti.

La sentenza della Cassazione, chiara ed inequivocabile nella sua formulazione, ribadisce un principio essenziale: il diritto dei minori ad essere ascoltati, anzi sottolinea il loro diritto ad essere protagonisti di scelte che impegnano il loro futuro, sostenendone la piena consapevolezza.

Per la Corte si può provare a utilizzare molti e diversi strumenti “soft di modulazione delle relazioni che sappiano creare spontaneità (e dunque significatività) di relazione con i minori piuttosto che imporre rapporti non desiderati”. Ora la Corte di Milano deve rivedere tutta la situazione e rimettere i minori al centro della sua attenzione.

Una sentenza equilibrata, aperta e flessibile; moderna nelle linee di intervento ma attenta a tutelare il benessere psicofisico dei minori senza scivolare in ideologie e pregiudizi.

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