CERVELLO/ Cosa c’entrano i neuroni specchio con Aristotele ed Edith Stein?

- Elisabetta Bulla

La relazione con l’altro è un caposaldo per lo studio del cervello: siamo cablati “ per essere sociali”. E tuttavia siamo “più” del nostro cervello

edith stein 2019 iconografia
Edith Stein (1981-1942), santa Teresa Benedetta della Croce

“Con ciò l’apparizione del mondo si dimostra come dipendente dalla coscienza individuale, mentre il mondo che appare – mondo che resta comunque e a chiunque appaia – si dimostra come indipendente dalla coscienza. Imprigionato nelle barriere della mia individualità, non potrei andare al di là del ‘mondo come mi appare’, e in ogni modo si potrebbe pensare che la possibilità della sua esistenza indipendente – che potrebbe essere data ancora come possibilità – resti sempre indimostrata. Non appena, però, con il sussidio dell’empatia oltrepasso quella barriera e giungo a una seconda e terza apparizione dello stesso mondo, che è indipendente dalla mia percezione, una tale possibilità viene dimostrata. In tal modo l’empatia, come fondamento dell’esperienza intersoggettiva, diviene la condizione di possibilità di una conoscenza del mondo esterno esistente”. (Edith Stein, Il problema dell’empatia).

Non sarebbe concepibile oggi studiare il cervello mettendo tra parentesi l’altro. È quindi necessaria l’intersoggettività, la relazione con l’altro per capire la mente del singolo. È questa la tesi che Vittorio Gallese, professore ordinario di psicobiologia dell’Università di Parma, ha argomentato in modo esaustivo all’incontro dal titolo “La meraviglia del cervello umano”, in un appassionante dialogo con Mauro Ceroni ed Egidio D’Angelo, svoltosi nella seconda giornata del Meeting di Rimini.

Le neuroscienze hanno conosciuto uno sviluppo notevole negli ultimi decenni. Dall’indagine in merito al contributo del cervello nella creazione di mappe spaziali, all’esplorazione delle modalità attraverso cui la nostra mano riesce ad afferrare un qualunque oggetto, alla scoperta delle proprietà visive, oltre che motorie, dei neuroni. La prova più eclatante di queste ultime è costituita dai neuroni specchio, scoperti agli inizi degli anni Novanta, proprio dal team del professor Giacomo Rizzolatti, di cui faceva parte il relatore, quei neuroni cioè che si attivano non soltanto quando il singolo afferra un oggetto ma anche quando vede un suo simile compiere il medesimo movimento.

La relazione con l’altro è dunque un caposaldo per lo studio del cervello: siamo “cablati per essere sociali” (“wired to be social”). Persino il feto nel grembo materno stabilisce un contatto con i genitori: è stato provato che il cervello del neonato reagisce in modo differente all’ascolto della melodia che era abituato a sentire nella placenta e a quello di una melodia la cui successione di suoni è stata leggermente modificata. Il contatto con il mondo esterno è imprescindibile per il neonato; infatti, la presenza di persone che si prendono cura di lui gli consente di crescere, essere protetto quando ha freddo, esprimersi attraverso un insieme di suoni dopo aver sentito altri parlare. L’uomo è un “essere sociale-politico per natura”: così lo definì Aristotele nella Politica. È infatti rischioso, da parte delle neuroscienze, studiare il cervello tralasciando la sua relazione con l’altro.

Tuttavia, quest’ultima è oggi cambiata. L’avvento delle nuove tecnologie e dei mass media ha alterato le modalità di relazione con l’altro, ma soprattutto la concezione di spazio peripersonale, ciò che più l’uomo custodisce; in particolare l’uomo oggi possiede le immagini a sua disposizione, tra le sue mani, e non più a due metri da sé su un supporto come la televisione.

La ricerca sulle ricadute emozionali, cognitive e psicologiche e gli effetti di questa nuova modalità di relazione tra l’uomo e l’ambiente esterno, mediata dalle nuove tecnologie, resta un terreno ad oggi ancora da scoprire.

“Noi non siamo il nostro cervello”, ha sottolineato il professor Gallese, aggiungendo che oltre alla capacità di ragionamento l’uomo possiede capacità quali l’empatia, etimologicamente l’abilità di “sentire con l’altro”, capacità umana analizzata e studiata approfonditamente già da Edith Stein, la quale conseguì il dottorato proprio con una dissertazione dal titolo Il problema dell’empatia, avendo come correlatore Edmund Husserl, definita dal professore “il miglior testo” in merito al tema. Empatia ed estetica sono quindi per Gallese le due chiavi di lettura della contemporaneità, l’uomo è infatti in costante ricerca del bello e del piacere. Ne è un esempio la comunicazione odierna, composta da metafore e immagini, studiate in modo tale da suscitare piacere nel lettore o nell’ascoltatore.

Oggi è quindi inevitabile e necessario lo studio della dimensione estetica della socialità anche nel campo dell’indagine scientifica.

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