Chiesa “eutanasia è crimine”/ Vietati sacramenti a chi pratica e sostiene ‘fine vita’

- Paolo Vites

La Chiesa ha reso noto un documento che vieta i sacramenti a chi ha scelto l’eutanasia e a chi la sostiene

marco_cappato_radicali_eutanasia_lapresse_2016
Marco Cappato (LaPresse)

Presa di posizione durissima da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede sull’eutanasia: ““La Chiesa ritiene di dover ribadire come insegnamento definitivo che l’eutanasia è un crimine contro la vita umana perché, con tale atto, l’uomo sceglie di causare direttamente la morte di un altro essere umano innocente”. Coloro che approvano leggi sull’eutanasia, si legge ancora nella lettera Samaritanus bonus resa nota oggi, e il suicidio assistito “si rendono pertanto complici del grave peccato altri compiranno”. Niente sacramenti finali perciò, quelli della riconciliazione (confessione), unzione degli infermi e viatico, l’eucarestia per chi è in fin di vita per chi ha chiesto l’eutanasia o il suicidio assistito e anche per chi è “registrato in un`associazione per ricevere l`eutanasia o il suicidio assistito”.

NIENTE SACRAMENTI A CHI PRATICA L’EUTANASIA

La lettera della Congregazione susciterà forti polemiche in quanto non pochi sono i credenti che sostengono o praticano l’eutanasia e da parte delle associazioni e dei politici che la sostengono e vogliono una legge in merito che dichiareranno intrusione nei diritti dei singoli da parte della Chiesa. Ma la lettera spiega nel dettaglio il motivo di tali parole: “Nei Paesi dove si stanno approvando leggi che legittimano forme di suicidio assistito ed eutanasia volontaria dei malati più vulnerabili si negano i confini etici e giuridici dell’autodeterminazione del soggetto malato, oscurando in maniera preoccupante il valore della vita umana nella malattia, il senso della sofferenza e il significato del tempo che precede la morte”. La lettera si rivolge “ai pastori e ai fedeli” che hanno dubbi circa l’assistenza medica, spirituale e pastorale ai malati nelle fasi terminali della vita. “Il dolore e la morte, infatti, non possono essere i criteri ultimi che misurano la dignità umana, la quale è propria di ogni persona, per il solo fatto che è un ‘essere umano. Dinnanzi a tali sfide, capaci di mettere in gioco il nostro modo di pensare la medicina, il significato della cura della persona malata e la responsabilità sociale nei confronti dei più vulnerabili”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA