CINA vs TAIWAN/ E se Xi decide l’invasione? Ecco la risposta di Usa e alleati

- Andrea Pomella

E se la Cina decidesse di invadere Taiwan? In base alle informazioni geostrategiche oggi disponibili si può immaginare quale sarà la reazione di Usa e alleati

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(LaPresse)

Prevedere cosa succederà fra Cina e Taiwan è ormai un esercizio diffuso, che vede impegnati studiosi delle discipline più disparate. E’ possibile però provare a definire un futuro in cui Xi Jinping decide di fare sul serio e si lancia in una campagna militare di conquista?

Partendo da questo assunto, cerchiamo di illustrare il flusso di nessi che una tale decisione potrebbe innescare. Pur sapendo che poche attività umane come la guerra assomigliano a un meccanismo che una volta avviato in modo meccanico e necessario muove i suoi ingranaggi, si rende necessario anche uno sforzo di immaginazione per poter descrivere la dinamica di un domino nel quale, una volta che è caduta la prima tessera, tutte le altre seguono un percorso che arbitrariamente abbiamo già deciso e in cui, addirittura, abbiamo inserito delle tessere per rendere al contempo più avvincente e coerente la narrazione, forzando un po’ la connessione fra tutte le variabili che al momento si ritengono più plausibili.

Probabilmente il lettore più avveduto classificherà quanto segue fra gli esempi poco riusciti di racconto distopico, e visto l’argomento che viene trattato, ci auguriamo di avere un tale trattamento. Del resto, se e quando la Grande guerra asiatica del Mar della Cina scoppierà, nessuno si ricorderà di questo articolo e chi lo farà, di certo, avrà pudore di citarlo.

Nei romanzi “2034: A Novel of the Next World War” e in “Quota periscopio” la guerra per Taiwan scoppia per un incidente di navigazione, a questi pretesti aggiungiamo in modo poco originale un attacco cybernetico, dall’origine incerta, ma capace di mettere ko le infrastrutture digitali, nuove scoperte sull’origine della pandemia e un atto di violenza politica non dissimile a quello avvenuto a Sarajevo nel 1914.

Ad ogni modo quello che vale la pena di immaginare non è la causa della guerra, ma quello che ne segue. L’Esercito Popolare di Liberazione sbarca senza problemi sull’isola ribelle, stupendo il mondo per determinazione e coraggio e mostrando innovativi strumenti di guerra. La Cina del mainland travolge le difese taiwanesi, ma i problemi giungono presto. I taiwanesi hanno impostato la loro strategia su forme di guerra asimmetrica e la “strategia del riccio” da loro adottata rende sempre più difficile il controllo di tutta l’isola.

Dopo i primi successi, Taiwan rischia di diventare un pantano per la Cina e la sua popolazione, dopo essere stata blandita da una martellante propaganda nazionalista, inizia a temere che la guerra vada per le lunghe e che il tanto agognato benessere economico inizi ad essere in pericolo.

Sul versante occidentale il crollo delle Borse che ha seguito l’invasione di Taiwan, spinge l’opinione pubblica su posizioni neutraliste, mentre una strana saldatura di interessi fra finanza, movimenti pacifisti e grandi giornali crea un clima ostile all’intervento militare.

Dal canto suo, l’amministrazione americana – sia essa guidata da Biden o chi gli potrà succedere – è restia a impegnare l’esercito, mentre la marina militare non può dispiegare la sua flotta senza pagare un altissimo costo di vite e mezzi nel triangolo che ha nell’isola di Hainan, le Spratly e le Paracel i suoi vertici. In un mare interno come quello del primo arco insulare le portaerei sarebbero facile preda dei missili cinesi, senza contare che un intervento diretto implicherebbe il rischio di un’escalation nucleare.

Ma gli Usa e i suoi alleati, per i quali l’egemonia cinese rappresenta una minaccia letale, possono ostruire militarmente i choke points attraverso i quali passano le rotte commerciali cinesi. L’India occupa le isole Andamane e le Nicobare a nord di Malacca, l’Australia lo Stretto della Sonda e quello di Lombok, mentre il Vietnam e le Filippine impegnano direttamente la Cina nelle Spratly e nelle Paracel. Il Giappone, infine, mobilita la sua flotta e conquista l’arcipelago conteso delle Senkaku, minacciando di venire in soccorso della resistenza a Taiwan.

Bloccando tutte le vie marittime, la coalizione porta l’economia di Pechino al collasso, minando così la legittimità del Partito comunista cinese che si trova a fare i conti con piazze Tienanmen in ogni grande città.

Una guerra, insomma, che interrompe la storica integrazione dell’economia regionale asiatica, che ha rappresentato la matrice dell’impetuoso sviluppo economico degli ultimi quarant’anni e che fa saltare definitivamente le catene del valore che hanno alimentato questa fase della globalizzazione. Una guerra che non ha vincitori, ma che riequilibra i rapporti di forza fra Oriente e Occidente e impatta le sorti dell’Unione europea, causandone la fine. Mentre Francia e Italia si schierano apertamente con gli Usa, la Germania si trova a fare i conti con la sua ambiguità, vedendo le sue aspirazioni di potenza regionale fortemente compromesse dalla crisi interna della Cina e dall’intervento militare della Russia, che approfittando della guerra nel Mar della Cina ha occupato i territori contesi in Ucraina.

Probabilmente abbiamo chiesto troppo alla nostra fantasia, ma crediamo che il premio Nobel per la fisica Richard Feynman aveva ragione quando sostenne che per comprendere la complessità “la nostra immaginazione è tesa al massimo; non, come nelle storie fantastiche, per immaginare cose che in realtà non esistono, ma proprio per comprendere ciò che davvero esiste”.

Per questo motivo, anche in un’epoca di incertezza radicale come la nostra, ricorrere all’immaginazione, all’interno comunque di un contesto reale ad oggi conosciuto e studiato in molte delle sue possibili connessioni, può essere utile per scorgere il nocciolo razionale dal quale maturerà il frutto del futuro.

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