THE SOCIAL NETWORK/ Il film cinico e diretto sull’insicurezza della generazione Facebook

La pellicola di David Fincher ricrea con sapienza dialoghi multitasking e atmosfera claustrofobica. E, spiega MATTEO CONTIN, afferma in modo spietato la sua verità sui giovani doggi

22.11.2010 - Matteo Contin
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L’Italia è la nazione i cui abitanti passano più tempo sui social network. Si parla di una media di sei ore e ventisette minuti al mese distribuiti sui 16 milioni di iscritti del social network più utilizzato in Italia: Facebook. In questo ultimo anno in cui è esploso anche in Italia, un pò tutti (tra giornali, riviste, programmi televisivi) hanno detto qualcosa sul più celebre social network, evidenziando limiti e le potenzialità, i problemi riguardo la privacy e la sua diffusione anche tra i più giovani.

Qualche settimana fa telegiornali, giornali e riviste hanno iniziato un tam tam mediatico presentando il film “The social network”, nuovo lavoro di David Fincher (“Seven”, “Fight club”), dando per scontato che il film avrebbe sbancato il botteghino visto l’argomento che affronta, ovvero la storia di Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook. Eppure il giornalismo generalista ha sbagliato in pieno, visto che il film in Italia ha raccolto le briciole lasciategli da film come “Maschi contro femmine” o “Cattivissimo me”.

Il risultato al botteghino di “The social network” ci è utile per capire ancora meglio il film: “The social network” è un film generazionale, nell’accezione in cui generazionale è inteso non come “il film che piace a una generazione”, ma come “il film che parla di una generazione”. E lo fa nella maniera più cinica e spietata che si potesse trovare, ovvero con la crudeltà di spiaccicarti in faccia non tanto ciò che siamo diventati per colpa di Facebook, ma perchè Facebook ci è così utile nella vita di tutti i giorni.

Lo sgradevole, antipatico e autistico Mark Zuckerberg plasmato da Jesse Eisenberg, va oltre la semplice empatia con lo spettatore, diventa lo spettro delle nostre insicurezze, dei nostri problemi e delle nostre paure di socializzare, e Facebook non può che essere la medicina che guarisce da tutti i mali. Il titolo della pellicola è chiaramente ironico visto che di sociale il network di Zuckerberg ha ben poco: Facebook è in realtà un modo per apparire migliore alla faccia delle altre persone (degli “amici”), di farsi accettare, una sorta di ricostruzione del proprio ego plasmato sulla percezione che gli altri vorrebbero di noi piuttosto che sulla nostra reale persona.
 

"The social network" è poi un film generazionale nella misura in cui screma in maniera così drastica il pubblico: o sei dentro o sei fuori, non ci sono vie di mezzo. E lo fa sin dal brusco incipit, in cui lo spettatore è travolto da un dialogo complesso, veloce, con più tracce tematiche, che ci dice in maniera chiara che non tutti possono seguire (e capire) il film sino in fondo. La pellicola continua con lo stile sincopato e multi-tasking del dialogo iniziale, con un intreccio gestito magnificamente dal montaggio che interseca tra loro le due cause legali in cui Zuckerberg è coinvolto e il lungo flashback che racconta come Facebook ha visto la luce.

I dialoghi di Aaron Sorkin (sceneggiatore di West wing) sono la struttura portante della pellicola e il lavoro di David Fincher aggiunge una dimensione claustrofobica al racconto, creando un’atmosfera che mischia con sapienza i toni dark, specchio del racconto egoistico di Zuckerberg, con momenti più cool da cui emerge, con ancora più prepotenza, il desiderio di Zuckerberg di sentirsi parte della società, stesso filo conduttore seguito dalla colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross.

A sorreggere il film, la straordinaria performance attoriale di Jesse Eisenberg ("Benvenuti a Zombieland", "Il calamaro e la balena"), che dimostra di essere un attore maturo, capace di andare oltre la semplice mimesi costruendo un personaggio che aggira la tipica simpatia che i nerd suscitano al cinema, tratteggiandolo con toni antipatici, cinici, autistici, che nascondo intimamente insicurezze, paure, desideri mai esauditi.

Perchè in fondo la vita è un dito che continua a premere su F5, nella speranza che un refresh porti qualcosa di nuovo. 

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