MODERN FAMILY/ La serie di Levitan e Lloyd sulla normale famiglia allargata

- Matteo Contin

Phil e Claire, sposati con tre figli, Cameron e Mitchell, una coppia gay che ha adottato una filippina e Jay, un 60enne risposatosi con una giovane sudamericana: sono le tre famiglie protagoniste di Modern family, la nuova serie di Steven Levitan e Christpher Lloyd. La recensione di MATTEO CONTIN 

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La solita serie familiare? Forse, ma c’è sicuramente qualcosa di più, grazie a una formula narrativa originale e una chiave tematica meno banale di quanto si possa pensare. Supportata da ottime interpretazioni (su tutte quella di Ed O’Neill, già interprete di un’altra serie cult come Sposati con figli), da un umorismo ben gestito e da una non nascosta riflessione sulla famiglia moderna, la serie televisiva Modern family è arrivata ora anche in Italia.

Tre famiglie sono protagoniste di uno show televisivo. Phil e Claire sono sposati e hanno tre figli, mentre la coppia gay formata da Cameron e Mitchell ha da poco adottato una piccola bambina filippina. Il sessantenne Jay invece, dopo il divorzio, si è sposato con Gloria, affascinante e giovanissima sudamericana con figlio a carico. Tre storie separate, e diverse, che hanno però qualcosa in comune: i protagonisti sono tutti imparentati tra loro, visto che Jay è padre di Claire e Mitchell.

Sin dal suo titolo sfacciatamente didascalico, possiamo intuire le intenzioni della serie televisiva creata da Steven Levitan e Christpher Lloyd. Modern family intende parlarci del cambiamento che l’istituzione familiare ha subito in questi anni. Se altre serie televisive come La vita secondo Jim si basano sul modello familiare classico, Modern family punta ad altro e, pur non disdegnando la visione tradizionale della famiglia, amplia il suo raggio d’azione per cercare di rappresentare l’universo variegato dei nuclei familiari.

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L’operazione può dirsi riuscita, soprattutto grazie ai diversi punti di vista con cui sono trattati gli argomenti: Levitan e Lloyd non privilegiano mai un personaggio (e quindi una generazione) ma sviscerano le tematiche affrontando tutti i diversi punti di vista messi in campo. Con Modern family si ha quindi un affresco trans-generazionale sul modo di crescere i figli, più che una vera soluzione per farlo, dove gli errori sono all’ordine del giorno, così come le cose positive.

E nonostante il sarcasmo sia la chiave di lettura delle vicende narrate (con una leggerezza stilistica che fa guadagnare punti al prodotto), Modern family risulta essere improvvisamente seria quando, tirando le somme, ci accorgiamo che in fondo le diversità generazionali, sessuali e razziali, scompaiono immediatamente quando è l’amore per la famiglia a guidare le azioni. In fondo, è la versione aggiornata di quel credo fiducioso e un po’ utopico che ha sempre caratterizzato tutte le famiglie televisive disfunzionali, dai Simpson in avanti.

 

La lente con cui i due autori decidono di raccontarci le vicende di questa famiglia allargata, è quella del mockumentary, termine inglese traducibile più o meno come “falso documentario”. Utilizzata recentemente al cinema nel piccolo capolavoro District 9, questa tecnica nella serie è utilizzata in modo intelligente e funzionale alla narrazione: l’occhio documentaristico è leggero e poco invasivo, adatto anche per il pubblico meno avvezzo a una scelta narrativa tutto sommato estrema, che si fa notare sono in pochi momenti, come gli sguardi in macchina degli attori o le zoomate tipiche del genere.

Ciò che del mockumentary i due autori sfruttano più di ogni altra cosa, è l’espediente televisivo del “confessionale”. È in quei pochi istanti dove i personaggi si confessano che viene fuori la vera anima della serie, quel “Veniamo da mondi diversi eppure stiamo bene insieme” che rappresenta in modo esemplare lo spirito (o le aspirazioni?) di una “moderna” famiglia allargata.
 

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