I PROMESSI SPOSI/ Il musical italiano all’altezza di Broadway che convincerebbe anche Manzoni

- Massimo Bernardini

Un opera faraonica, con musiche azzeccatissime, e un ritmo narrativo coinvolgente: Secondo MASSIMO BERNARDINI, Michele Guardì, con i Promessi Sposi – Opera Moderna,  a San Siro, ha dato vita ad un musical spettacolare, tenendo fede all’originale di Manzoni

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L'Innominato e il cardinale Borromeo

Ammettiamolo, un po’ di pregiudizio c’era: che c’azzecca Michele Guardì, re del “comitato” e della tele piazza, con i Promessi Sposi? E che c’entra far debuttare un musical (anzi un’”opera moderna”, come la definisce il programma) dal nostro romanzo di formazione addirittura a San Siro, al posto di Inter e Milan, invadendo lo stadio con una macchina da spettacolo degna di un concerto degli U2 o dei Rolling Stone? Eppure Guardì continuava a parlare, a spiegare, a insistere che era il tentativo di tutta una vita, col suo amico musicista Pippo Flora, le orchestrazioni di Renato Serio e Gianluca Cucchiara, lo zampino persino di Sergio Cammariere, le coreografie di Mauro Astolfi e una compagnia giovane tutta di livello.

Ma adesso che qui, invece che fan del pallone, c’è un pubblico popolare ed eletto (presenti il ministro Alfano, il sindaco Moratti, il suo assessore Terzi, Pippo Baudo, Mara Venier, Bibi Ballandi e una vasta rappresentanza del mondo Rai, consigliere Verro in testa) ad ascoltare per la prima volta questo suo così voluto “esperimento”, siamo davvero stupiti. La musica, innanzitutto, c’è. C’è nell’enfasi avvolgente da musical alla Disney ma scritto meglio, con un occhio a Carl Orff; c’è nei colori orchestrali forti come nelle potenti accensioni corali; c’è nella ripresa convincente del modello “Cocciante”, pioniere della rinascita del genere in Italia; c’è nei frammenti di gregoriano autentico (ma togliere al Regina coeli proprio il versetto “Resurrexit sicut dixit”…) e c’è negli insoliti sapori dialettali (un frammento è cantato in milanese, un altro in tedesco), questi invece una scoperta per questo modello teatralmusicale.

Libretto dello stesso Guardì semplice ma rispettoso della storia manzoniana, costumi di Alessandro Lai d’alta qualità, compagnia generosa e ricca, che produce in scena un gran movimento. A dominare è la freschezza, la melodia di pronto consumo intellegibile e chiara, ma il ritmo con cui si succedono i diversi quadri, brevi e compatti, è insolitamente incalzante. I personaggi del romanzo e gli stranoti episodi scorrono senza mai annoiare, sempre riconoscibili ma sempre riattualizzati e resi contemporanei. Guardì, uomo colto ma consegnatosi da sempre alla tivù più popolaresca e di immediato consumo, deve amare profondamente Manzoni per rispettarlo così, e attualizzarlo con tale eleganza e ricchezza.

Insomma niente della banalità tv che ci saremmo aspettati ma viceversa piena adesione, musicale e teatrale (e diremmo finanche spirituale) all’idea manzoniana della vita fra responsabilità e Provvidenza. La “contadina senza storia” Lucia (un’ottima Noemi Smorra), travolta da un don Rodrigo possessivo e violento ma poi per disegno misterioso riconsegnata alla sua pace, è contrapposta alla sofferta vicenda della Monaca di Monza, una Lola Ponce quasi sanremese, e all’entrata in scena del “satanico” Innominato fra ali di pipistrelli, vero cattivo degno di un cartoon. Ma la sua notte drammatica, cuore sempre commovente del capolavoro manzoniano, diventa qui anche quella del consegnarsi fiducioso di Lucia a Dio, e così unite divengono snodo vibrante anche dello spettacolo, fra la tremante fede nella Provvidenza di lei e la voglia di morte di lui.


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Poi la mattina, le campane che salutano il Cardinale, il fiorire della conversione e del cambiamento, con l’intenso duetto Solo il silenzio fra ex cattivo e Cardinale seguito dall’entrata in scena di un vero asinello al seguito della "bestia" don Abbondio. E poi Lucia liberata, il forte racconto della peste a Milano (Milano sta morendo), col toccante episodio della bimba Cecilia e la morte di Don Rodrigo, Lucia e Renzo che si ritrovano, Fra’ Cristoforo che li scioglie dal voto e un’inatteso, geniale finale in forma di Padre nostro (pare il passo più sofferto dal compositore) come domanda di salvezza di un mondo ferito, fra canti corali e piogge purificatrici. Vicende che conosciamo a memoria e che pure ancora ci commuovono per la loro attualità, e che hanno spinto i ventimila presenti dalla cordialità dei primi applausi al vero e proprio trionfo finale.

 

Quanto al luogo, poi, era davvero straniante ritrovarsi, in una sera di prima estate nel grande stadio, davanti questo palco larghissimo e popolatissimo (così vasto che nessun teatro lo potrà contenere), coinvolti dal bellissimo Addio ai monti di una Lucia che naviga sul suo “andoa” su un falso lago nebbioso di fumo artificiale. Una scena corale che davvero vale da sola l’intero spettacolo. E quando in scena arriva, ruotando, il Duomo della bellissima e imponente scenografia di Luciano Ricceri (così alto non starebbe neanche alla Scala), il pubblico è definitivamente in visibilio.

 

Inatteso, travolgente Guardì, che per quello che potrebbe diventare un evergreen del musical all’italiana fa addirittura pensare ai grandi di Broadway, seppure con melodie e canzoni di casa nostra. E pensare che tutto è nato leggendo le pagine di Manzoni tanti anni fa, nella campagna agrigentina, dove Guardì e il suo vecchio amico Flora, sodali nelle prime avventure teatrali e musicali, sognavano un avvenire da artisti. E anche il piccolo Angelino, l’altra sera a san Siro in veste di “autorità”, altri non era allora che uno dei giovani componenti del coro agrigentino del maestro Flora. Ora li aspetta, per questa Milano musicale manzoniana battezzata a san Siro, un grande ritorno nella Valle dei Templi.

 

E poi? Una cosa è certa, questa grandiosa follia produttiva (si parla di un investimento intorno ai 5 milioni di euro) che in un teatro non avrai mai più queste misure infinite, la vedremo tale e quale in tv, su Raiuno, ai primi di settembre. E resterà per sempre fotografata nella forma di questo sogno smodato grazie alla tecnologia. Manzoni forse non avrebbe capito, ma alla fine avrebbe applaudito anche lui. 

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