PANDORUM/ Quel mix al ribasso tra “polpettone metafisico” ed action movie che scontenta i fan di entrambi i generi

- Matteo Contin

Poteva essere un film di fantascienza un po spaccone e divertente, o denso di suggestioni e domande sui grandi temi dellesistenza. Christian Alvart, il regista di Pandorum, ha fallito – per MATTEO CONTIN – in entrambi i casi  

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un nuovo risveglio sulla nave interstellare Elysium. Il risveglio da un sonno durato più di un secolo, il risveglio di unumanità stipata a bordo di unastronave che ha il compito di esplorare il pianeta Tanis, così simile alla Terra e quindi possibile candidato a diventare una colonia terrestre dopo che la sovrappopolazione, linquinamento e altri fattori, ne hanno modificato la natura. il caporale Bower il primo a svegliarsi dal sonno artificiale: non ricorda nulla, non ricorda nemmeno chi è.

Nessuno ricorda nulla appena svegliatosi, nemmeno il tenente Peyton: insieme a Bower giorno dopo giorno, recupereranno la memoria e cercheranno di riportare in funzione la navicella, afflitta da un misterioso black out. Ma mostruose presenze, spettri della memoria e lombra oscura del Pandorum (la malattia che affligge le persone che passano troppo tempo nello spazio), renderanno la loro missione più complessa di quello che pensavano.

Diretto dal tedesco Christian Alvart e prodotto in primis da Paul W.S. Anderson (già regista di Resident evil), Pandorum Luniverso parallelo è arrivato in Italia preceduto da una campagna pubblicitaria, se non originale, perlomeno di forte impatto visivo, dato che i grandi cartelloni che riempivano le maggiori città italiane, riuscivano a distinguersi dalla feroce banalità grafica dei prodotti simili.

La stessa sorte sembrava dover toccare alla pellicola, il cui spunto iniziale è sicuramente interessante nel suo mettere in campo critica sociale e riflessione metafisica travestite da film di fantascienza.

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Così non è, purtroppo. Il film di Alvart (al suo terzo lungometraggio) non è altro che l’occasione sprecata di realizzare un b-movie onesto. Non c’è nulla di nuovo in Pandorum – L’universo parallelo (con citazioni ben poco velate che vanno da Solaris di Tarkovskij all’Alien di Ridley Scott, da Predator a Pitch black) ma non è questo il problema: il problema è mettere in campo troppo materiale (perdita della memoria, epidemia psicotica, fine del mondo, mutazioni umane, etc.) e risolvere il tutto con un finale consolatorio e uno svolgimento da traballante action-movie hollywoodiano che, prendendosi troppo sul serio, dimentica di divertire eliminando completamente le uniche armi che potevano giocare a suo favore, il senso dell’umorismo e la tamarraggine (quest’ultima elemento fondante della cinematografia casinara del produttore Anderson).

 

Il risultato è a metà tra il polpettone metafisico e il polpettone esplosivo, e alla fine la pellicola risulta scontentare sia chi cercava qualcosa di più che un film di fantascienza, sia chi invece era semplicemente alla ricerca di un film divertente e spaccone.

 

Non aiutano a migliorare le cose, la regia insicura di Christian Alvart (che spesso confonde lo spettatore nelle scene più movimentate) e le interpretazioni intorpidite del protagonista Ben Foster (Quel treno per Yuma, 30 giorni di buio) e del veterano Dennis Quaid, di certo incapaci di migliorare il carattere e la personalità di due personaggi già insufficienti in fase di sceneggiatura.

 

Non basta quindi fare un accenno a riflessioni importanti se poi non si hanno il coraggio, la voglia la capacità di portare il discorso fino in fondo, affrontando ogni difficoltà e ogni pericolo che il cammino porta inevitabilmente con sé. Tutte cose che Pandorum – L’universo parallelo non fa. 

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