JOHNNY ENGLISH – LA RINASCITA/ Un ritorno al passato per dare una lezione ai Cinepanettoni

- Emanuele Lisi

Torna nelle sale il personaggio interpretato da Rowan Atkinson, protagonista di una comicità che avrebbe da insegnare qualcosa al cinema italiano. La recensione di EMANUELE LISI

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Una scena del film Johnny English - La rinascita

A otto anni dalla disastrosa missione in Mozambico che, per una sua svista, si concluse con luccisione del Presidente della nazione, Johnny English (Rowan Atkinson), lagente segreto più sconclusionato del globo, cerca di ritrovare se stesso esiliato in un monastero tibetano. Il suo percorso spirituale viene però interrotto da uninaspettata chiamata da Londra. Il MI7, con a capo la risoluta Pamela Thornton detta Pegasus (Gillian Anderson), vuole inspiegabilmente assegnargli unaltra missione: sgominare una pericolosa associazione criminale e sventare lattentato alla vita del Primo ministro cinese. Affiancato dal giovane e volenteroso agente Tucker (Daniel Kaluuya), dalla dolce e seducente psicologa Kate (Rosamund Pike) e dal suo idolo Ambrose (Dominic West), attraverso una serie interminabile di gaffes e disavventure in giro per il mondo limprobabile eroe si dimostrerà contro ogni previsione allaltezza del compito, dovendo anche scagionarsi dallaccusa di essere un traditore e trovare la vera talpa allinterno dellorganizzazione.

Dopo quasi un decennio dal primo capitolo sembrava proprio che questa parodia, tra laltro di discreto successo, di James Bond non avrebbe avuto un seguito, invece Rowan Mr. Bean Atkinson ci riprova, stavolta in coppia con Oliver Parker, regista il cui curriculum è in gran parte debitore di Oscar Wilde (Un marito ideale, Limportanza di chiamarsi Ernest, Dorian Gray). La pellicola è una di quelle la cui uscita è accompagnata da un mare di pregiudizi, in quanto emblema di una comicità di basso livello di cui il cinema può fare a meno. In realtà, un piccolo merito questo film ce lha, ovvero dimostrare che si può far ridere senza mai ricorrere alla volgarità, una lezione per chi tenta di fare film comici nel nostro Paese. Quella di Johnny English è una comicità naive e prevedibile nella sua semplicità, volendo anche un po superata, basata perlopiù su scambi di persona e botte in testa, ma allo stesso tempo gradevole proprio per il suo essere vecchio stile, in bilico tra il garbo british e il demenziale.

A differenza di quanto spesso accade con i film-parodia, stavolta il prodotto rivela notevole cura tecnica e dispendio di mezzi, dalle location, tra cui Hong Kong e le Alpi svizzere, agli effetti speciali che lo avvicinano a tratti a un vero e proprio film dazione, fino alla scelta del cast. Come la tradizione di James Bond vuole, non mancano le piacevoli presenze femminili il cui fascino è complementare, quello glaciale di Gillian Scully Anderson e quello più morbido di Rosamund Pike (Orgoglio e pregiudizio, La versione di Barney).

Tra tante stelle brilla proprio Atkinson, che smessi i panni francamente irritanti di Mr. Bean rivela quelli di un attore comico di razza (ma che continua a fare della mimica facciale la sua bandiera), che sembra amare molto il suo personaggio, completamente negato nel suo lavoro, ma allo stesso tempo capace di guizzi geniali che risolvono la situazione in extremis. Consigliato per una serata in cui si vuole spegnere il cervello.

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