MOSSE VINCENTI/ Un film per raccontare la vita, che sbaglia a “calcolare” i rischi

Se la prima parte del film di McCarthy fa empatizzare bene lo spettatore con i personaggi, la parte finale si snoda senza dolore alcuno, in modo piatto e irreale, commenta MATTEO CONTIN

15.12.2011 - Matteo Contin
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Il poster di Win Win

L’attore, sceneggiatore e regista Thomas McCarthy torna al cinema dietro la macchina da presa dopo il fortunato L’ospite inatteso (e l’ottimo lavoro fatto sulla sceneggiatura di Up), e lo fa con una nuova commedia che prova a raccontarci lAmerica di oggi. Mosse vincenti – questo il brutto titolo italiano (loriginale è Win win) – racconta la storia di Mike Flaherty, svogliato avvocato di provincia e sfortunato allenatore della squadra di wrestling del paese in cui abita. Gli affari vanno male e la squadra che allena anche peggio. Per rimanere a galla, Mike decide di diventare tutore di un anziano da lui assistito, in modo da incassare un assegno mensile di quindicimila dollari. Tutto va per il meglio fino a quando non si fa vivo il nipote dell’anziano che, fuggito di casa, è arrivato in città per conoscere il nonno che non ha mai visto a causa di una madre che nella vita ha fatto tutte scelte sbagliate. Il ragazzo decide di fermarsi a casa di Mike e, nonostante il suo essere introverso, si rivela essere un ragazzo gentile e generoso. Nonché un grande campione di wrestling.

Eravamo convinti di trovarci davanti a qualcosa di originale e invece Mosse vincenti rimane una delle tante commedie americane che parlano di perdenti. Non che il nuovo film di McCarthy sia brutto, ma è semplicemente un film mediocre che non ha il coraggio di prendersi dei rischi in ciò che vuole raccontare. Sta lì a dimostrarlo la mezz’ora finale, dove il gomitolo di vicende che investono il protagonista, si srotola senza dolore alcuno, senza nodi nel percorso, senza scontri ed emozioni reali. Ed è un vero peccato perché il primo tempo, al contrario, fa bene il suo dovere: introduce i personaggi con la pacatezza che è ormai il marchio di fabbrica di McCarthy, e ci fa empatizzare con loro istantaneamente, anche nei confronti di quei personaggi che rimangono un po’ sullo sfondo rispetto ai veri protagonisti del film (come ad esempio il Leo di Burt Young o la Jackie di Amy Ryan).

Il tono usato da McCarthy è quello giusto, nulla da eccepire, e il buon Giamatti fa un buon lavoro regalandoci come sempre un’ottima performance, anche se il personaggio che interpreta è un po’ sempre lo stesso.

Lancio ora un piccolo appello: mi piacerebbe vedere Paul Giamatti alle prese con un ruolo capace di rimetterlo in gioco. Giamatti è un bravo attore anche quando innesta il pilota automatico, ma vederlo recitare mi fa sempre amareggiare se penso alle sue straordinarie doti attoriali. È un’interessante scoperta anche l’esordiente Alex Shaffer (fisicamente molto simile a un giovane Sean Penn), che scansa con grande maestria un ruolo stereotipato portandolo su binari decisamente più stimolanti.

Quando però McCarthy tira le fila del discorso, come abbiamo detto, qualcosa si inceppa. Anzi, non si inceppa nulla, ma tutto finisce senza dolori per nessuno, in maniera decisamente un po’ troppo irreale e, di conseguenza, priva di emozioni. Per McCarthy, Mosse vincenti rappresenta un mezzo passo falso dopo la buona accoglienza de L’ospite inatteso. Un mezzo passo falso comunque piacevole e, in parte, originale.

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