IL CIGNO NERO/ Dopo The Wrestler un altro omaggio alla sofferenza che anela la “libertà”

Già regista di The Wrestler, Darren Aronofsky mette in scena un film, spiega MATTEO CONTIN, sulla trasformazione della protagonista, in cerca di se stessa

14.03.2011 - Matteo Contin
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Natalie Portman e Darren Aronofsky (Foto Ansa)

Lo schermo è nero. Il teatro, il sipario, il pubblico sono neri. Nina è bianca, i suoi piedi, il suo abito. Nina punteggia il terreno scuro e lucido del palco, con i suoi piedi sembra ricamare la trama delloscurità del luogo. Tutto è perfetto, la luce dallalto la illumina. Dalle quinte compare traballante e sicuro un ballerino. Qualcosa si rompe dentro Nina. Il ballerino adesso è un corvo, un corvo gigante che cattura Nina e la confonde. Ora Nina è di nuovo sola, con il teatro, il sipario e il palco scuri. Avanza bianca sulle sue punte, prima che tutto la inghiotta.

Sin dalla sequenza di apertura, Il cigno nero di Darren Aronofsky scopre le sue carte e ci immerge subito, con violenza e sensualità, nella moltitudine di temi e ossessioni che andranno a comporre il film. Sin dal suo esordio dietro la macchina da presa (Pi greco – Il teorema del delirio), Aronofsky si è sempre dimostrato essere un regista della psiche, capace di entrare nella mente e nelle ossessioni dei suoi personaggi, scavando nelle loro profondità e portandole poi a galla con uno stile registico che fosse capace di rispettarle (non per niente il suo Requiem for a dream è, ancora oggi, lunico film in grado di affrontare il tema delle dipendenze in maniera diretta e originale).

Quando nel 2008 The wrestler trionfò al Lido, ci trovammo davanti a un film solido e ben diretto, in cui Aronofsky sembrava essersi lasciato alle spalle la mente e i suoi labirinti per approdare ai lamenti e al livore della carne. In questo senso, Il cigno nero rappresenta il punto di unione nella filmografia del regista, proprio per la straordinaria capacità di unire nello stesso fotogramma anima e corpo, pensieri e carne, ossessioni e ferite, riportandoci alla mente, pur con le dovute differenze, i lavori migliori del canadese David Cronenberg (omaggiato a più riprese durante il film).

È un’illusione (perpetrata dallo stesso regista), che Il cigno nero sia un film sul doppio. Il problema di Nina non è tanto quello di avere una doppia personalità, quanto in realtà l’aver preso coscienza di avere una personalità dimezzata che, per completarsi (come artista e come essere umano), deve conoscere e accettare il lato nascosto di sé. Il cigno nero è, in fondo, il racconto drammatico e sofferto di un passaggio tardivo dall’infanzia alla maturità, passaggio ostacolato da una madre apprensiva e da una passione, quella per il ballo, che sottintende un grande spirito di sacrificio e tanta disciplina per poter aspirare alla perfezione.

 

Per raccontarci questo percorso di formazione, Aronofsky mette in piedi un dramma dalle tinte horror che, partendo dalla mente della protagonista, arriva alla sua carne. Una carne che si trasforma perché vuole essere liberata, una carne di cui la protagonista deve prendere consapevolezza per sentirsi completa e perfetta.

 

Per questo motivo, sia le sequenze horror che quelle erotiche (solo apparentemente, visto che sono spogliate da ogni attrazione sessuale per essere rivestite dalle paure e dai sogni/incubi della protagonista), trovano un senso nella trama del racconto, perché rappresentano i vari passaggi (onirici o reali che siano) attraverso i quali Nina ritrova sé stessa. E mentre il corpo muta, la mente illude Nina, la fa sprofondare negli abissi della sua mezza-personalità trattenuta e composta. Tutto è un’illusione, ma non nella sua testa, perché è in quel luogo che Nina affronta la sua crisi d’identità.

Come già in The wrestler, Aronofsky mette in scena un corpo martoriato e dolorante, portando sul grande schermo non tanto il lato oscuro della danza, quanto la descrizione reale di un corpo piegato ai voleri di una disciplina, un corpo costretto a crescere nelle punte, un corpo scricchiolante, cigolante, un corpo piegato, un corpo da cui affiorano lividi, gocce di sangue, ferite.

 

L’ultima fatica registica di Aronofsky è un film complesso e profondamente affascinante, perturbante e capace di donarci emozioni pulsanti e abissali, amplificate con un grande lavoro di orchestrazione dei contributi esterni, come l’intensa prova attoriale di Natalie Portman o il lavoro di Clint Mansell alla colonna sonora, composta dalla partitura originale del balletto de-costruita e resa più claustrofobica.

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