BALKAN BAZAR/ Una commedia degli equivoci per raccontare le tradizioni di un popolo

- Emanuele Rauco

Il regista albanese Budina racconta la confusione culturale e politica dei Balcani. Una commedia degli equivoci che, commenta EMANUELE RAUCO, si trasforma in riflessione oltre gli stereotipi

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Una scena di Balkan Bazar

Figura singolare e singolarmente onesta quella di Edmond Budina: regista e attore albanese, tra i fondatori del Partito Democratico locale, intellettuale tra i più affermati e membro del consiglio del Teatro Nazionale, ma anche operaio che otto anni fa giunse in Italia con un piccolo, interessante film, Lettere al Vento. Torna dietro la macchina da presa con una commedia grottesca che riflette sull’interculturalità balcanica e i suoi limiti.
Julie e Orsola sono una madre e una figlia italo-franco-albanesi che vogliono riportare in Francia le spoglie del nonno, militare la cui bara è stata spedita in Albania e lì tenuta per speculare sul valore dei terreni al confine tra Grecia e Albania. Il loro viaggio a Tirana e dintorni sarà fitto di inconvenienti, ma anche di sorprese.
Il regista scrive (e interpreta, nel gustoso ruolo secondario del prete ortodosso che truffa i suoi vicini di casa e parrocchiani) una commedia degli equivoci dal sapore grottesco, punteggiata di bare che volano, che si basa sugli elementi della cultura folk albanese per costruirvi intorno un discorso che cerchi di andare ben oltre gli stereotipi.
Un racconto dal vago sapore felliniano, ma perfettamente iscritto nelle tradizioni balcaniche (il morto disperso è perfetta metafora) che diventa in filigrana una riflessione sulle contraddizioni di tutta l’area, sulla confusione linguistica come specchio di quella politica-sociale-religiosa, sul confronto e conflitto tra le tradizionali superstizioni e il potere progressista del denaro.

Lo sguardo di Budina non è mai direttamente politico o allegorico, come quello di molti colleghi più affermati, come Kusturica, ma diretto e popolare, come dimostra l’importanza data al sesso e all’amore – che altro non è che una nuova causa di conflitto – o l’immagine delle bandiere sostituite da lingerie.
Peccato che la sceneggiatura dopo due terzi s’incarti e si perda tra rivoli mal gestiti e poco appropriati e che per arrivare a un pubblico il più vasto possibile, lo stile registico involva nella sit-comedy. Però si percepisce l’amore di Budina per i propri personaggi e se da semplice il film diventa semplicistico, l’espressività degli attori lo riporta a galla: specie delle due, bellissime protagoniste, che giocano con malizia il ruolo delle sperdute capaci di far perdere gli altri. E che alla fine danno anche un senso alla “diaspora” europea che i Balcani hanno vissuto negli ultimi anni.



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