ENTER THE VOID/ Un tour de force tecnico che si fa gioco dello spettatore

- Emanuele Rauco

Passato al Festival di Cannes nel 2009, è arrivato solo ora in Italia il film del regista Gaspar Noè, accompagnato da più di una perplessità. La recensione di EMANUELE RAUCO

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Una scena del film Enter the void
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Chi ha visto Irréversible, film passato alle cronache per una pesantissima scena di stupro in diretta ai danni di Monica Bellucci, sa cosa aspettarsi dal regista Gaspar Noè, nel bene o nel male; e poi il suo nuovo film Enter the Void (passato a Cannes nel 2009 e distribuito in Italia solo ora) è stato molto amato da Tarantino. Il che però non basta a rendere questo viaggio di unanima non solo un bel film, ma anche unoperazione comprensibile.

La trama vede protagonisti a Tokyo Oscar, uno spacciatore di piccolo rango, e la sorella Linda, che fa la spogliarellista. Le loro vite si spezzano quando lui viene ucciso dalla polizia durante una retata: da quel momento, la sua anima si libra, vede la sua vita passata e segue il presente dei suoi cari, in attesa di reincarnarsi. Un trip più che un film, scritto dal regista con laiuto di Lucille Hadzihalilovic, un dramma dellabiezione e della rinascita, ispirato dalla costruzione in soggettiva di Una donna nel lago di Robert Montgomery (1947) messo però in scena come se fosse il Libro tibetano dei morti.

Aperto con gusto eccentrico dai titoli di coda e subito seguiti da quelli di testa – entrambi mandati a velocità impossibile e quasi epilettica – il film segue in radicale soggettiva il suo personaggio principale per i primi venti minuti circa, con tanto di battito docchi, per poi diventare la soggettiva della sua anima in viaggio, nel suo passato e alla ricerca del suo futuro. Al di là del contenuto spirituale che di suo lascia perplessi, Enter the Void è un tour de force tecnico di 2 ore e 20 minuti che abbellisce con il calembour visivo la sua piattezza di fondo.

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Lunica chiave di lettura possibile sarebbe nella psicoanalisi, visti i continui richiamo allEdipo, allincesto, al rientro nel grembo materno e i simboli uterini e femminili dentro i quali la mobilissima macchina da presa sintrufola (la fotografia è di Benoit Debie), ma Noè realizza un viaggio nel vuoto pneumatico del suo cinema, il cui unico scopo è quello di sottoporre lo spettatore a torture visive e shock narrativi.

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La regia punta al magma audiovisivo e ipnotico, ambendo al miglior cinema astratto e onirico, ma si perde nel cattivo gusto delle sue trovate (tra porno d’autore e immagini psichedeliche al computer emerge la soggettiva di un utero durante la penetrazione), nei tempi dilatatissimi di una narrazione che passa dal tempo reale alle micro-scene, mostrando presto la corda di un giochetto visivo che non diventa mai intellettuale e che non può camuffare la convenzionalità del suo assunto. Come esempio, basti vedere il lunghissimo flashback che conferma ogni regola di racconto tradizionale ed è girato tra l’altro con una macchina a mano non troppo dissimile da quella dei Dardenne.

Noè vuole giocare lo spettatore, più che con lui, sprecando il potenziale della città di Tokyo come caleidoscopio (scenografie di Kikuo Ohta e Jean Carrière) e banalizzando il discorso su anima, corpo e memoria. Qualcuno ci cascherà di sicuro, ma si spera che siano in pochi.

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