FEDERICO FELLINI/ Vi racconto il Maestro di un’Italia in ripresa celebrato dal logo di Google

- Leonardo Locatelli, int. Leonardo Locatelli

Insieme allesperto di cinema LEONARDO LOCATELLI ripercorriamo la vita e la carriera del grande regista e sceneggiatore Federico Fellini, nato esattamente 92 anni fa a Rimini.

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Federico Fellini e Giulietta Masina (InfoPhoto)
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«Federico Fellini ha avuto un ruolo decisivo nella storia del cinema, e tutti hanno celebrato questo grande regista in ogni parte del mondo. Ricordo che nel 1993, lanno in cui Federico Fellini morì, ci fu unondata di cordoglio da tutto il mondo, in cui ogni artista di ogni settore volle rendere omaggio al grande Maestro che era appena scomparso. Insieme allesperto di cinema Leonardo Locatelli ripercorriamo la vita e la carriera del grande regista e sceneggiatore Federico Fellini, nato esattamente 92 anni fa a Rimini.
Cominciamo dal debutto dietro la macchina da presa, con Lo sceicco bianco del 1952.
Sono gli anni in cui lItalia stava riemergendo dalle macerie del secondo dopoguerra, in unindustria cinematografica che ci aveva sempre visto in prima fila. Non dimentichiamo che colui che fece nascere le prime fabbriche a Hollywood, che poi diventeranno le cosiddette fabbriche dei sogni per tutto il mondo, era stato ispirato proprio da un film italiano. Prima de Lo sceicco bianco eravamo ancora allinterno della grande stagione neorealista, e Fellini portò una ventata di novità rappresentata dai suoi sogni: non erano sogni a occhi aperti, ma una meravigliosa lettura della realtà, in cui trasfigurava semplicemente con la sua fantasia cose che vedeva. Recentemente mi ha colpito unaffermazione del regista britannico Terry Gilliam, vincitore proprio del Premio Fellini 2011: «Quando mi recai a Roma io, adoratore di Fellini, capii solo che lui aveva messo su pellicola cose che vedevo anchio in quegli anni per le strade della capitale.
Arriva poi il successo mondiale
La grande stagione felliniana comincia con I vitelloni, seguito poi da La strada, dal clamoroso successo de La dolce vita al Festival di Cannes e da 8 del 1963. Fellini era nei primi dieci anni della sua attività e aveva davanti ancora più della metà della sua carriera, eppure con questi film aveva già occupato un posto di assoluto rilievo nel panorama cinematografico mondiale.
La realizzazione de La strada, con Giulietta Masina e Anthony Quinn, fu molto difficoltosa: il budget era limitato e lattore americano, abituato agli sfarzi hollywoodiani, dovette adattarsi a un trattamento molto più umile. Eppure, nel 1990, scriverà in una lettera indirizzata a Fellini e a Giulietta: «Per me tutti e due rimanete il punto più alto della mia vita.
Anthony Quinn sarà uno di quegli attori già internazionalmente affermati che calcheranno volentieri anche molti set italiani. Non dimentichiamo che da quel momento in poi inizieranno produzioni, anche finanziate da Hollywood, che porteranno alla famosa Hollywood sul Tevere, che poi diventerà Cinecittà. Si arriverà quindi alla lavorazione di opere indimenticabili come Ben Hur, la cui famosa corsa delle bighe è stata fatta solamente negli studi di Cinecittà con unità e maestranze italiane. Dalla metà degli anni Cinquanta arriva quindi tutta una serie di divi hollywoodiani che verranno coinvolti in produzioni girate sul suolo italiano. Era un felice periodo di ricostruzione della nostra economia e della nostra società, e anche dal punto di vista cinematografico si tratta di un periodo certamente glorioso per il nostro Paese.
Invece con Le notti di Cabiria del 1957 si chiude la trilogia felliniana ambientata nel mondo degli emarginati.
Fellini, con la sua grande inventiva, riuscì a trasfigurare anche questo tipo di realtà nei suoi film, ma senza attirare le ire del potere politico di allora, come invece capitò in tempi precedenti, per esempio, a Umberto D. di Vittorio De Sica, film del 1952: per quella che era la poetica del neorealismo propriamente detto, De Sica aveva ritratto la giornata di un pensionato statale che fa fatica ad arrivare alla fine del mese con la pensione che lo Stato gli passava, ed è celebre lindignazione di Andreotti e la frase: I panni sporchi si lavano in famiglia. Fellini riuscì invece a parlare di questi personaggi mantenendo comunque quel livello di trasfigurazione stupenda della realtà, ma non certo rinunciando ad affondare il colpo. Chiaramente le denuncie più forti arrivano con La dolce vita e 8.
Parliamo proprio di 8

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E’ il racconto di una crisi creativa di un regista, che fa poi diventare questa stessa crisi il motivo del film. Lo stesso Fellini in quel momento stava attraversando realmente una crisi creativa e non sapeva quale altro film fare, ma riuscì invece a creare una pellicola su un regista che ha difficoltà a fare un film, raccontando in maniera assolutamente autobiografica quelli che erano i suoi dubbi e le sue perplessità, e quindi anche il superamento di questa crisi. In questo modo grazie a Fellini si esce dall’epoca contraddistinta dal neorealismo e si entra nel nuovo cinema, in quella che i francesi chiamano la “Nouvelle Vague”, la nuova onda.
Cosa possiamo dire invece de “La dolce vita”?
Racconta le vicende di un giornalista romano che passa di stazione in stazione, facendo fare al protagonista Marcello un itinerario più notturno che diurno. E’ celebre il finale sulla spiaggia quando, dopo aver assistito alla pesca di un pesce mostruoso, Marcello si avvia verso chissà quale futuro. Fantastica anche l’ultima immagine, che Fellini lascia dopo tre ore di film visionario ma assolutamente sconvolgente sotto il punto di vista della visione dell’uomo: una ragazza sorride di rimando a Marcello, una sorta di grazia che, attraverso la giovane, guarda direttamente lo spettatore subito prima dei titoli di coda. Anche in “8½” la crisi creativa del regista si conclude alla fine del film attraverso il girotondo che fanno tutti i personaggi che lui ha incontrato. Queste immagini restano indelebili nella nostra memoria grazie anche a Nino Rota, le cui musiche saranno per sempre debitrici, e viceversa, dell’immagine di Fellini.
Parliamo infine di “Amarcord”…
Amarcord rende esplicito quello che negli anni Settanta Orson Welles diceva di Federico Fellini: «I suoi film sono il sogno della grande città da parte di un ragazzo di provincia. Le sue sofisticherie funzionano perché sono la creazione di qualcuno che non è sofisticato». Amarcord è esattamente un racconto di questo tipo, in cui vediamo i personaggi dell’infanzia di un giovane Fellini trasfigurati in due ore di grandissimo cinema.

(Claudio Perlini)

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