ROMA FICTION FEST 2012/ La tv che “cresce” tra I Cesaroni 5, Great Expectations e Doctor Who

- Emanuele Rauco

Ieri ha chiuso i battenti la sesta edizione del Roma Fiction Fest. EMANUELE RAUCO ci aiuta a fare un bilancio delle serie più interessanti viste nella Capitale

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Il cast dei Cesaroni (Infophoto)

Ottimo il bilancio della sesta edizione del Roma Fiction Fest diretto da Steve Della Casa, che chiude con oltre 23.000 presenze complessive di pubblico per le 5 giornate di Festival allAuditorium Parco della Musica di Roma, con un incremento di circa il 10% rispetto allo scorso anno. Sul pink carpet hanno sfilato più di 300 personaggi tra i volti più amati della fiction italiana e internazionale, straordinario il successo per la nuova sezione Kids&Teens e per la rivelazione Web Series, oltre che per le fiction italiane più amate come I Cesaroni e Questo nostro amore. Lo ha dichiarato, chiudendo il festival prima delle cerimonia, il direttore Steve della Casa.

Anche nel panorama internazionale il festival si conferma ancora una volta punto di riferimento per i mercati internazionali dellaudiovisivo, con gli appuntamenti del BBC Worldwide Day e dellArgentina Day durante i quali i produttori italiani si sono confrontati con due delle realtà tra le più importanti del settore. Oltre 200 i professionisti che hanno partecipato inoltre ai due convegni promossi da Associazione Produttori Televisivi (APT): Le risorse pubbliche per la fiction in Europa e nei principali Paesi europei in collaborazione con Eurovisioni e quello organizzato da Confindustria Cultura Italia LAgenda Digitale per lo sviluppo dei contenuti culturali.

Dal punto di vista della programmazione, di sicuro, i passi in avanti rispetto all’anno scorso sono stati evidenti, tanto per la ricchezza numerica delle proiezioni quanto per la selezione internazionale: basterebbe vedere gli ospiti stranieri arrivati a Roma, come Gillian Anderson, Kristin Bauer, Melissa George, Kelsey Grammer, David S. Goyer, Alexander Skarsgard, vero fiore all’occhiello di una manifestazione che del nazional-popolare aveva finora puntato troppo sulla prima parte. Certo, i problemi non sono mancati, un po per via della difficoltà di interagire con le produzioni e distribuzioni tv per un festival solo al sesto anno di vita, un po’ per qualche pecca organizzativa e logistica, ché l’Auditorium Parco della Musica è ottimo, ma bisogna saperlo sfruttare.

E la comunicazione in primis è partita troppo tardi, potendo contare in parte sul ricettivo pubblico del web, però deluso dalla programmazione in “ritardo” sulle abitudini fruitive di chi scarica. Si è però respirata l’aria tra festa al focolare e raduno nerd che il festival deve saper sfruttare sempre più, magari cambiando date se possibile, per potersi accaparrare anteprime – parola comunque da rivedere in epoca di internet e visibilità totale, concordiamo con Della Casa.

Tra i picchi assoluti del festival, due serie inglesi. Great Expectations, miniserie in 3 parti che adatta ovviamente il classico di Dickens con Gillian Anderson, premiata con l’Excellence Awards, nel ruolo di Miss Havisham: una produzione di grande pregio, retta da una messinscena sontuosa e da un impatto narrativo che non si discosta molto dal grande cinema, abile a sottolineare il testo più surreale e “fantasmatico” di Dickens. E Hit and Miss, l’ultima creazione di uno dei grandi della tv britannica come Paul Abbott (Shameless) e una di quelle serie per cui basta l’idea, ossia Chloe Sevigny nei panni di un killer transessuale che deve affrontare la morte di una sua ex che le ha lasciato un figlio. Famiglie impossibili, come classico per l’autore, in un contesto nero che sorprende, soprattutto perché raccontato in modo ipnotico, silenzioso e misterioso come il personaggio principale di Mia, inusuale e rischioso per il mix tra attrazione e compassione. Meno male che a mantenere l’equilibrio ci pensa Sevigny, abituata a personaggi estremi, straordinaria nel far navigare il personaggio tra mille sfumature, tutte credibili.

Delusione invece dall’America, dove dei pilot proiettati dalle varie major si salva solo The Mob Doctor, serie che racconta la vicenda di una dottoressa che per salvare il fratello da una vendetta mafiosa promette al boss di servirlo dal punto di vista medico, finché questi non gli chiede di eliminare un testimone in cura presso di lei. Creato da Josh Berman e Rob Wright, è un curioso ibrido tra medical drama e gangster story gestito con un certo equilibrio e una bella dose di coraggio negli sviluppi narrativi, soprattutto nel modo (che riporta alla mente l’australiana Underbelly) di tratteggiare con familiarità sinistra un dilagante e onnipresente cosmo mafioso. Nel discreto cast, il nostro preferito è William Forsythe.

Non delude invece il Doctor Who, classicissimo british che festeggia come l’altra icona Bond i 50 anni quest’anno: “Asylum of the Daleks”, attesissima première stagionale in cui parte l’arco che darà l’addio ai compagni del dottore, Amy e Rory, che insieme al dottore dovranno salvare i Daleks, acerrimi nemici, da loro stessi. L’episodio gioca con la mitologia della serie e col metalinguaggio, con un personaggio di “narratrice onniscente” che conquista, ma se non mostra grandi invenzioni, propone quell’ora di grande spettacolo tv che da 50 anni la serie garantisce, condensando il pathos del grande cinema di fantascienza in un durata dimezzata.

La tv dimostra che quando sa pensarsi in grande sa riempire anche schermi non piccoli, né domestici. Speriamo che l’organizzazione del festival faccia lo stesso percorso.

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