LA TALPA/ Un film dove la parola diventa “cibo” per la guerra

Diretto da Tomas Alfredson, il film tratto dallomonimo romanzo di John Le Carrè apre a un nuovo modo di intendere il cinema di suspense. La recensione di MATTEO CONTIN

09.02.2012 - Matteo Contin
Talpa_FilmR400
Una scena del film La talpa

George Smiley è un agente segreto al servizio di Sua Maestà. Buona condotta, ottimi risultati sul campo, eppure la sua carriera viene troncata da un doppiogiochista al soldo del Kgb. Ma Smiley viene riassunto dal governo britannico per indagare sulla presenza di una talpa allinterno dei servizi segreti. Smiley deve muoversi su una chiacchiera ben definita di ruoli, personaggi, personalità. E scoprire allinterno di questo complesso (eppure semplice) reticolato, chi trama alle spalle della Gran Bretagna.

Tratto dallomonimo romanzo di John Le Carrè (che per il libro prese spunto da vicende strettamente legate al suo percorso nei servizi segreti britannici), La talpa apre a un nuovo modo di intendere il cinema di suspense. Un cinema che cede il passo alle azioni e si costruisce addosso alle parole e alla loro mutevolezza, in sintonia perfetta con il clima militarmente raffreddato della Guerra Fredda. Un film che vive di parole, quindi, più che di azioni, e che sfrutta la vacuità della parola sino a trasformarla in unico vero intreccio e pista narrativa, tralasciando dunque le prove tangibili e i segni evidenti.

Il tutto è sostenuto dalla regia di Tomas Alfredson (se non avete ancora recuperato il suo bellissimo Lasciami entrare, fatelo subito) che raffredda ulteriormente la materia e la cala in un universo dalla scenografia malinconica in cui lindagine si sposta dalle prove alle intuizioni, con una narrazione più attenta al racconto emotivo e psicologico che a quello strettamente narrativo. Quella condotta da Smiley è unindagine psicologica, e per questo il film affonda le sue radici nei personaggi, trasformandosi in uno dei thriller più raffinati nel delineare con precisione la struttura psicologica dei suoi protagonisti. Ogni personaggio è approfondito, scandagliato, spiato. Smiley (e noi con lui) affonda nelle vite dei suoi colleghi, li analizza e cerca di comprenderli.

Alfredson immerge tutto in unatmosfera decadente e mesta che facilmente in molti hanno definito freddezza. una freddezza analitica, una distanza anaffettiva incarnata dalla maschera impassibile di Smiley, che nasconde però nelle pieghe della sua carne, emozioni, sentimenti e paure. Una maschera incarnata da un Gary Oldman in odore da Oscar, che ha però lumiltà di non rubare la scena ai suoi colleghi, importanti quanto lui nel delineare questa storia volatile come le parole.

Colin Firth, John Hurt e Mark Strong confermano il loro talento, ma è ancora più bello scoprire quello di Benedict Cumberbatch (ma chi di voi ha seguito la miniserie della BBC “Sherlock”, non si stupirà più di tanto) e di un Tom Hardy che, stranamente, contiene la sua esuberanza e la sua fisicità per dare vita a un personaggio diverso dai suoi soliti canoni.

La talpa è forse il miglior ritratto della Guerra Fredda: un ritratto intimo e toccante, feroce e distaccato, che ha il ritmo di un mondo che respira la paura e si ciba del terrore di una guerra che fa finta di non esistere eppure sopravvive sotterranea nei nostri cuori. E nelle nostre parole.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori