E ORA PARLIAMO DI KEVIN/ Un film sulle “distanze” che si trasformano in violenza

- Emanuele Lisi

Il film di Lynne Ramsay, tratto dal romanzo omonimo di Lionel Shriver, mostra come le distanze tra persone vicine possano portare ad atti impensabili. La recensione di EMANUELE LISI

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Una scena del film ...E ora parliamo di Kevin

Quando succede un fatto di cronaca nera, quelli di cui i telegiornali si cibano avidamente, spunta sempre un vicino o conoscente pronto a giurare che lassassino era una persona tranquilla e per bene, un insospettabile. diversa la storia di Kevin, un crescendo di tensione in cui il finale tragico sembra scritto dal principio.

Kevin non ha ancora compiuto sedici anni quando compie una strage nella sua scuola massacrando compagni e professori con arco e frecce. Al centro del film cè sua madre Eva (Tilda Swinton), una donna annichilita che si trascina giorno dopo giorno senza quasi provare più emozioni. Attraverso la sua memoria rivive, mischiata a frammenti della infernale quotidianità di Eva, lintera esistenza di Kevin (Ezra Miller), dalla nascita fino al tragico gesto.

Si scopre così di un figlio probabilmente poco voluto, soprattutto da Eva, costretta a rinunciare alla carriera e alla vita in città, di un acceso conflitto madre-figlio presente fin dai primi giorni e mai superato, delle difficoltà coniugali tra la donna e il marito Franklin (John C. Reilly), ma soprattutto viene svelata poco a poco la complessa personalità di Kevin, ragazzo posseduto da una tale aggressività repressa (ma non troppo) da godere perfino nel fare del male alla sorellina. Non vi sono però giudizi, né risposte, non vengono additati colpevoli, né trovate spiegazioni, e questo è probabilmente il maggior pregio dellopera. La strage nella scuola non è assolutamente centrale, il fulcro del film è infatti il nucleo familiare, e come al suo interno si possano creare distanze incolmabili e covare rancori tali da spingere ad atti impensabili.

Molto intensi i duelli tra madre e figlio negli incontri in carcere, fatti di silenzi pesantissimi, di battute taglienti e di risposte cercate, ma mai trovate. I due in fin dei conti si somigliano molto, entrambi molto duri e talvolta spietati, accomunati da un enorme dazio che dovranno pagare alla società per sempre. Alla fine lo spettatore che vorrebbe essere rassicurato e trovare un perché rimarrà insoddisfatto, perché il finale lascia solo un fortissimo pugno nello stomaco, ma nessuna consolazione, né morale.

Eva e Franklin non vengono descritti come genitori degeneri, ma come persone con le debolezze che può avere quasi chiunque, al limite come una coppia non in armonia, ma la loro casa non è un luogo deleterio in cui crescere. Viene quasi da pensare che potrebbe nascere un Kevin in casa di ognuno di noi, ed è questo che fa uscire sgomento lo spettatore dalla sala.

Il film della scozzese pluripremiata Lynn Ramsay, tratto dal romanzo omonimo di Lionel Shriver, è un manifesto del cinema indipendente in ogni sua scelta di stile, dalla colonna sonora al montaggio, quest’ultimo eccezionale e prezioso per la riuscita del film. Pur cedendo a qualche tocco stilistico vagamente auto-compiaciuto e a tratti forzato, come il rosso sangue ossessivamente presente o le truculente visioni di Eva, la pellicola riesce ad arrivare dritta al punto e a schivare le insidie che possono presentarsi quando si trattano temi delicati e scomodi.

Questo anche perché sorretta da interpretazioni superbe: Ezra Miller ha esordito con un altro adolescente disturbato nell’indipendente Afterschool e potrebbe avere stavolta la sua consacrazione, mentre John C. Reilly è una scelta sulla carta bizzarra, ma forse proprio per questo giusta. Dopo una vita nella commedia, il cinema più impegnato si sta accorgendo di lui, che è infatti reduce anche dalla prova brillante in Carnage di Roman Polanski.

Tilda Swinton, che regge sulle spalle il peso maggiore del film, come al solito lavora sul togliere più che sul mettere e fa totalmente suo un personaggio bellissimo e difficile. Scandalosa la sua esclusione dalla corsa agli Oscar.

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