IL PRIMO UOMO/ Un film che punta dritto al cuore di Camus (e di tutti noi)

- Camillo Fornasieri

Nelle sale è uscito il film di Gianni Amelio dedicato allultimo e incompiuto libro di Albert Camus, grande scrittore francese, vincitore del Nobel nel 1957. Ce ne parla CAMILLO FORNASIERI

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Una scena del film Il primo uomo
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Allultimo e incompiuto libro di Albert Camus, grande scrittore francese e Nobel nel 1957, è dedicato il film Il primo uomo di Gianni Amelio. Le premiere homme è il romanzo che Camus portava con sé al momento dello schianto mortale della sua auto a Lourmarine in Provenza il 4 gennaio 1960. Venne pubblicato postumo nel 1994 a cura di Catherine Camus per ledizioni Gallimard.

La sua scomparsa lasciò il mondo privo di una delle figure di più autentica umanità, quella di un uomo in rivolta tra gli schemi ideologici che andavano cristallizzandosi nellEuropa della metà degli anni 50. Scritto di getto, con pochissime correzioni, ultimo atto di una ricerca di sé e del senso del proprio tempo in cui sono contenuti i punti cruciali della sua visione della vita, Il primo uomo è il grido silenzioso, gettato attraverso la propria esperienza vissuta di bambino e uomo, di chi vuole porre il mistero e lunicità dellesistenza dentro le vicende politiche così drammatiche del mondo contemporaneo.

Il film di Amelio colpisce per la grande intensità del linguaggio poetico, per la scelta di porre al centro il movimento di pensiero di Jean Cormery (alter ego di Albert Camus) in modo da fissare il significato e il senso della sua vita mentre ne ripercorre gli incontri e i luoghi che ne hanno formato il volto. un debito verso la vita, o, meglio, un rispondere esigito dalla statura delluomo, che è sempre il primo uomo: uno che prima non cera, e poi cè.

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Amelio, che lo ha capito, ce lo restituisce con intelligenza, puntando diritto, tra tutti i frammenti o episodi del libro, al nucleo del cuore di Camus: il legame profondo con lessere attraverso qualcuno che ti vuole. Sullo sfondo, ma dentro le dinamiche degli incontri, tra povertà, amicizia, differenza tra i Pied-Noir, i francesi nati nella Colonia di Algeria, e gli arabi, la scuola della libertà e uneducazione punitiva, il minaccioso avvicinarsi del conflitto, la frattura introdottasi con la violenza terroristica per lindipendenza dellAlgeria, fino alla guerra franco algerina dindipendenza scoppiata nel 1954.

Ma a questa umanità reale e profonda, che unisce algerini e pied-noir, Cormery/Camus sottomette tutto: troppo grande è il senso della vita, del suo dono e indica perfino in questo la soluzione anche politica del conflitto. Non un ricordare sentimentale o intimistico, ma una gratitudine per chi o/e che cosa ha guardato a quel bambino povero vedendo in lui luomo. Qui sta la differenza con gli intellettuali coevi di Camus che hanno invece definito lumanità (vedi Sartre); per Camus esiste luomo concreto, quello lì, senza che debba assomigliare a qualcuno o a qualcosa cui conformarsi: luomo così concepito è necessariamente in rivolta (Lhomme revoltè altro romanzo di Camus).

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Come ci testimonia il commovente reincontro con il maestro elementare Germain Louis a cui Camus scrisse nei giorni del Nobel: “Quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei” […] “senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che ero io, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe nulla di tutto questo”.Nel conflitto che esplode intorno ma anche dentro i legami, come quello tra un padre arabo e figlio terrorista, è questo il senso profondo della famosa frase: “tra la giustizia e mia madre, io scelgo mia madre!”. Utopia camusiana – consapevolezza dell’assurdo, dell’impossibilità di fondere desiderio e vita -che lo rende di per sé un sublime straniero.

Molti dei dialoghi tra il bambino e la madre, a detta dello stesso regista/sceneggiatore, sono delle immedesimazioni di Amelio, coi suoi ricordi nella Calabria degli anni ’50 – molto bello il “chi sono i poveri?”. “siamo noi” risponde la madre”, “ah, allora va tutto bene” -, il suo rapporto con il mondo adulto, con il bene e con il male. La parte dedicata all’infanzia dello scrittore Jean Cormery è il film “alla Gianni Amelio”, pieno di piccoli momenti di vita e atti che segnano una crescita. Mentre la parte dedicata a Cormery adulto che torna in Algeria in piena lotta di liberazione è il film dedicato alla figura storica, all’uomo in rivolta.

Questo film è un’occasione senza dubbio di avvicinarsi a Camus, al suo punto profondo, attraverso quel vertice espresso nel Il Primo uomo e c’è da essere grati ad Amelio che ce lo consegna attraverso una narrazione profonda di sguardi, ritmo, colori, davvero magistrali e intensi. Colpisce il grande silenzio che regna nel film, che rivela una presenza, palpabile, segno del contraccolpo su di sé dell’esserci dell’altro, del suo dirsi, e possiamo immaginare intorno il frastuono della “fama” che precedeva Camus ovunque andasse – era famosissimo – e di quel tempo dove i giornali erano potentemente la voce dei pensieri e delle ideologie.

Stessa cosa per i dialoghi – sono forse 15 minuti sui 98 della durata del film: non c’è mai un parlato che sia un parlare tra sé, cosa straordinaria e controcorrente per rendere un libro che nasce dalla memoria. Forse proprio indicazione del fatto che la memoria è proprio quell’avvenimento del divenire presente di fatti di cui uno vive ora.

Se il film dunque ha il suo valore, è però imperdibile l’occasione di andare alla lettura de “Il primo uomo”. Per capire l’antiteista Camus, cosa accade a Orano, Algeri e nella sua partenza per Parigi e l’Europa, anche come “è un destino pesante quello di nascere su una terra pagana in tempi cristiani. È il caso mio. Mi sento più prossimo ai valori del mondo antico che a quelli cristiani”, per scoprire il tentativo di una vita cercata senza ricompensa, alla ricerca dell’innocenza, una “santità senza Dio”, come la definiva Charles Moeller in quei bellissimi volumi Letteratura e cristianesimo che don Luigi Giussani ci ha fatto scoprire. Una sintesi ce la dà benissimo il filosofo Massimo Borghesi in un articolo di 30 Giorni: “Rimane celata l’esigenza di una grazia che risplende, a tratti, nei rapporti umani, in una ‘compagnia senza parole’, nei gesti nobili che ‘conservano interamente ai miei occhi il valore di miracolo: un effetto esclusivo della grazia’”.

Scrive negli appunti finali de “Il primo uomo”: “Così come siamo, coraggiosi e orgogliosi e forti …se avessimo una fede, un Dio, niente potrebbe fermarci. Ma non avevamo nulla, abbiamo dovuto imparare tutto e vivere soltanto per l’onore, che ha i suoi cedimenti…”. Alla madre, immagine terrena del divino, va il costante pensiero del figliol prodigo: “La madre è Cristo” e l’aspirazione, anche se di questo il film non dà segno, di quello che disse al Cardinale Duval, Vescovo di Algeri “Su questa terra non c’è niente di più bello del cristianesimo”.

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