SERVIZIO PUBBLICO/ Santoro e Travaglio in unultima puntata da orfani

- Gianluigi Da Rold

Il mondo politico è improvvisamente sparito da Servizio Pubblico di Michele Santoro, oppure si è autoescluso, dileguato, commenta GIANLUIGI DA ROLD. Ma per quale ragione?

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Michele Santoro (Infophoto)

C ‘ è una sorta di parterre des rois questa volta a Servizio Pubblico di Michele Santoro. Si parla di televisione, di rapporto tra televisione e politica, del crollo della politica e del parallelo crollo degli ascolti televisivi, della vecchia televisione generalista che si guarda sempre di meno. Sono presenti personaggi come Paolo Mieli, Antonio Padellaro, il direttore de Il fatto, Carlo Fruttero, l’attore Massimo Ghini, niente po’ po’ di meno che Paolo Bonolis e persino il nemico Vittorio Sgarbi. Pure Ficarra e Picone. Il mondo politico è improvvisamente sparito, oppure si è autoescluso, dileguato, rimane sullo sfondo come un coacervo di incapaci, inadatti, fuori completamente della realtà. E’ parzialmente vero, ma chissà per quale ragione ? La risposta resta sempre nell’aria, sospesa, anzi si evita persino la domanda. C’è pure lo spazio per le analisi e i giudizi sul rapporto tra televisione e politica, che viene affidata a Milena Gabanelli, quella che secondo Piero Ostellino ha sostituito Luigi Einaudi al Corriere della Sera. La Gabanelli viene intervistata come un guru, una vera autorità competente nella creazioni delle authority indipendenti. Sembrano tutti orfani di qualche cosa quelli che intervengono nel dibattito, orfani persino di una classe dirigente, sia politica che televisiva che non c’è più. Il che sembra una sorta di gigantesco gatto che si morde la coda, anzi si è morso di già la sua coda, detta all’interno di un programma condotto da Michele Santoro. Ma è solo un dettaglio in una sorta di gigantesca seduta di autoanalisi, di guardarsi stupiti allo specchio. La crisi economica sembra essere passata attraverso tutti i settori delle attività umane, televisione compresa, soprattutto con un calo di raccolta della pubblicità. C’è chi fa i conti esatti non solo del crollo dello share, ma del crollo della pubblicità, dell’aumento dei debiti dei più grandi network. Insomma un disastro che si assomma a un altro disastro. L’unica cosa che si salva, in questo bilancio negativo, è il pagamento del canone, perché quasi tutti sono terrorizzati dal noto Attilio Befera, che brilla nello stilare multe- stangate. Il problema della trasmissione di Santoro è che questi sono i dati più interessanti, mentre il resto del dibattito sembra un confuso saggio filosofico-sociologico. L’impressione è che ci sia, da parte dei partecipanti al convegno di Santoro, una sorta di paura, quella di sparire di scena, di essere sostituiti da altri protagonisti, oppure da una televisione normale, come quella che esiste nei Paesi del primo mondo, dove l’appuntamento televisivo, per i programmi di intrattenimento e i programmi di carattere politico, non è l’appuntamento dell’anno. 

In genere, in questi Paesi, la politica decide i tempi veri degli appuntamenti: dibattiti e confronti elettorali, spazio ai risultati elettorali. E in qualche altra rara occasione. L’Italia è sempre stata diversa, con i suoi appuntamenti settimanali, con i suoi canali lottizzati, con le trasmissioni “contro” oppure a “favore”. Sembra che questa normalità in arrivo, non sia gradita. Anzi si lamentano della normalità, ne diffidano. In questo orfanotrofio “della politica che non c’è più”, anche Marco Travaglio deve dirottare i suoi continui strali e “prediche inutili” su il nuovo direttore del Tg1 che intervista il Cardinale Bertone. Questa volta il “guru” del giustizialismo se la prende soprattutto con i dirigenti televisivi, particolarmente quelli della Rai, ma sembrano sparate a casaccio, contro tutti e contro tutto. Il senso di questa puntata di “Servizio Pubblico” sembra che sia uno sfogatoio di lamentele, perché se la televisione va male, se le persone abbandonano il video è perché la colpa è sempre della politica ( ma questo è un classico e certamente in parte vero), ma soprattutto perché, in questo momento, la politica non riesce più a fare notizia, anche se la prendi a calci, se la definisci come una “casta” da eliminare, da inchiodare alle sue responsabilità. Naturalmente ci si affida al nuovo, si indica genericamente un nuovo “nuovismo”, che naturalmente dovrebbe abbracciare il mondo della politica e della televisione. Forse ancora non si è capito che il “findus”, il congelatore che si è impossessato della politica italiana, al termine di un lungo processo durato venti anni, sta in tutti i casi cambiando un’epoca che abbraccia sia la politica, sia il giornalismo, sia la televisione. Forse tutti protagonisti di questi protagonisti del passato, che si sono battuti sempre per il “nuovo”, stanno comprendendo che lo spettacolo è finito. Quando si discute su se stessi, in modo confuso, forse il sipario è calato davvero, non solo per questa stagione. 



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