TUTTODANTE/ Così Benigni trasforma la poesia in esperienza

- Valerio Capasa

Ieri su Rai Due è andata in onda la lettura di Roberto Benigni del XIII canto dellInferno della Divina Commedia nella trasmissione TuttoDante. Il commento di VALERIO CAPASA

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Roberto Benigni (Infophoto)
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Sono tanti i meriti della lettura fatta da Roberto Benigni del XIII canto dellInferno di Dante e proposta ieri sera su Rai Due con TuttoDante: allinizio incontriamo un uomo letteralmente preso da quello che legge e usciamo alla fine col desiderio di incontrare Dante, di essere presi anche noi come è preso Benigni. un corso di aggiornamento gratuito per gli insegnanti: in poco più di unora Benigni commenta e legge un canto (con questo ritmo in un anno scolastico se ne potrebbero leggere almeno una quindicina), si lascia smuovere dall«orrore e dalla «bellezza delle parole dantesche, rimane fedele al testo senza divagare (lui che potrebbe) e senza appesantirlo con informazioni inutili, lo recita tutto dun fiato, mantenendone il ritmo e offrendocelo nella schietta miracolosità dei suoi suoni. Ne affiora un Dante semplicissimo e drammatico, a portata di mano e immenso come il cielo.

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Tre minuti iniziali sono tutta lintroduzione prima del canto: non sono discorsi sullimportanza della lettura o sulle tematiche morali, ma il rapimento di chi sente la Commedia come «un miracolo, «un regalo del Signore offerto a ciascuno di noi, dentro cui sprofondare a scoprire «tutto ciò che riguarda lumano. Alla faccia di tutte le contestualizzazioni che fanno odiare il poema, per Benigni Dante «non è un uomo ben conservato del Medioevo; anzi, «dovunque noi arriviamo, Dante cè già stato: e ci interessa proprio perché ha fatto quel passo in più che ci meritiamo, perché «ha prestato attenzione a ogni singola cosa e, soprattutto, a «come siamo fatti noi, a «ogni recesso dellanimo umano, di cui «non nasconde nulla perché ci guarda «come scrigni di un mistero, «depositari di un destino immenso.

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Poi attacca a leggere il canto di Pier delle Vigne, si misura con «parole e sangue, con Dante che spezza «un ramicel da un gran pruno e sente il tronco che gli grida «perché mi schiante?, «perché mi scerpi?. Ci troviamo di colpo nella dismisura di un dolore che si sprigiona, e di una pietà implorata. Benigni si lascia sconfiggere: commenta contento di non saperlo spiegare, sommerso da una grandezza che sfugge a ogni riduzione. «Io son colui che tenni ambo le chiavi / del cor di Federigo: sentiamo Pier delle Vigne che si presenta, innamorato del suo imperatore e del «secreto suo, e che allultimo cede sotto i colpi dellinvidia di corte, che «infiammò contra me li animi tutti; / e li nfiammati infiammar sì Augusto, / che lieti onor tornaro in tristi lutti. Benigni si ferma al limite del gesto estremo: non moraleggia, ma fa sentire dallattacco del canto i non con cui Dante stampa nelle orecchie anche del lettore più sprovveduto (e glielo inchioda nellanima) il tragico no sbattuto in faccia a sé e a Dio.

Poi Benigni continua a seguire le immagini di Dante, tuffandoci nel giorno del giudizio, quando il corpo che non riavranno («ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie») sarà eternamente davanti all’anima dei suicidi, ormai da sempre tutt’uno con la pianta in cui sono incarcerati: «tu non hai voluto il tuo corpo, e io non te lo darò mai più: semplicissimo è il Signore». Una frase sola, che sintetizza la percezione dantesca di un Dio che non siede sullo scranno del cielo a dire sì o a dire no all’umano, ma lo ama libero al punto da chiedergli soltanto di andare fino in fondo alla sua personalissima decisione su quale sia il suo bene più grande.

Analogamente, quando Dante passa dai suicidi agli scialacquatori, Benigni chiosa leggero sulla richiesta di Dio di verificare quello su cui poggiamo l’esistenza: «tu hai spezzato i tuoi beni, e sarai spezzato per sempre». Ma non c’è condanna dall’esterno, ché anzi Benigni accosta giustamente l’essere all’avere, entrambi ricevuti «in dono», e lascia alla prova dei fatti il loro fiorire («lo scialo», la bella necessità del superfluo) o il loro perdersi («lo scialacquare»): tremendo «atto d’amore verso di me». Su questi dannati Benigni si piega dantescamente, inoltrandosi in quella nascosta, inestirpabile voglia di «vivere ancora», di «un momento ancora».

Insomma, tocca a noi scartare il regalo che Dio tramite Dante continua a farci: Benigni lascia al poeta, anziché a sé, l’ultima parola; anzi, la lascia a noi, scrollando dalla poesia la pericolosa funzione di portatrice di messaggi e restituendola alla sua natura di esperienza che succede. Per questo, prima di recitare il canto XIII, ci chiede di essere attenti a una sola cosa: «se voi sentite che qualcosa accade in voi».

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