GRAVITY/ Tra vita e morte, il film da Oscar sulla grandezza dell’uomo

Anche questanno ci sarà il cinema al Meeting di Rimini, con la proiezione di quattro film. Si comincia oggi alle 21:30 con Gravity. La recensione di ANTONIO AUTIERI

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Una scena del film

Anche questanno ci sarà il cinema al Meeting di Rimini. Al padiglione D3, per quattro serate, da oggi lunedì 25 a giovedì 28, con inizio alle 21.30 saranno proiettati quattro grandi film della stagione, tutti legati – in modi diversi – al tema delle periferie del mondo e dellesistenza. Si comincia oggi (dopo la premiazione, alle 19, dei vincitori del concorso di cortometraggi Meeting Rimini Film Festival), con Gravity di Alfonso Cuaron, film vincitore di 7 premi Oscar tra cui quello per la miglior regia. Un riconoscimento meritato, per quanto il film sia un unicum cinematografico e registico in quanto completamente realizzato in studio e con dovizia di effetti speciali. Ma se un grande regista è chi sa gestire tutti i mezzi e i talenti a sua disposizione (attori compresi, che qui sono pochissimi – sostanzialmente due – ma di grande nome e bravura), allora Cuaron – regista messicano che ha nel suo curriculum anche un episodio della saga di Harry Potter e il notevole I figli degli uomini) è stato un degno vincitore.

Peraltro Gravity non è solo un film ricco di suspense e spettacolare come pochi, nel raccontare lOdissea nello spazio di uno shuttle investito dai detriti di un meteorite e sui due unici superstiti, ma parla anche di una storia profondamente umana. Al centro, appunto, due personaggi ma in particolare la dottoressa Ryan Stone, interpretata da Sandra Bullock, che si trova per la prima volta nello spazio con lequipaggio guidato dallesperto Matt Kowalski (un George Clooney con una parte limitata, ma perfetto nel fare da spalla alla collega). Dopo lincidente che distrugge la loro astronave, i due si ritrovano soli nello spazio infinito, con poco ossigeno e limperativo di cercare la salvezza arrivando a una vicina stazione orbitante.

Il film, teso e pieni di colpi di scena che sarebbe un delitto rivelare a chi non lo ha già visto, è da un certo punto di vista un eccellente thriller spaziale, un grande film hollywoodiano tanto improbabile in alcuni snodi quanto godibile per chi ama senza snobismi il grande cinema americano: difficile vedere tanta perfezione tecnica nel cinema di oggi; e non a caso gli Oscar hanno premiato, oltre alla regia, anche altri contributi tecnici di grande livello (colonna sonora, effetti speciali, fotografia, montaggio, sonoro, montaggio sonoro). Ma Gravity è anche lepopea di una donna costretta a misurarsi non solo con le proprie energie e capacità per cercare di sopravvivere, ma con un dolore sepolto dentro di sé. Un dolore da tirar fuori, da guardare in faccia per risvegliare la propria umanità spenta e annichilita da un tragico fatto che, insieme al bene più profondo, ha ucciso anche lei.

In questa donna forte e fragile, accarezzata con partecipazione dalla macchina da presa nelle sue evoluzioni nella navicella spaziale e incarnata da una Sandra Bullock mai così brava, qualcosa è morto. Ma tutto può tornare a vivere (come sembrano far intuire le immagini di lei che fluttua in posizione fetale). Deve deciderlo lei. Deve decidere se arrendersi alle energie che vengono meno e all’angoscia che cresce o assecondare piccoli, fragilissimi segnali; immagini e suoni – forse reali, forse sognati – che possono essere un inganno o la salvezza.

Deve decidere se vale ancora la pena vivere. Anche solo i dieci minuti che la separano da un impatto rischiosissimo. Con una grande intuizione: si può vivere o morire, ma nella decisione di ripartire davvero, un attimo prima della prova, c’è tutta la grandezza dell’umano.

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