THE YOUNG POPE/ Assenza, Presenza e le “domande scomode” di Sorrentino

La serie di Paolo Sorrentino con Jude Law, spiega PAOLO VITES, forse non è stata capita dai più. Il regista napoletano, come in altre sue opere, si pone domande mai banali

03.11.2016 - Paolo Vites
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The Young Pope

Sui social, a differenza delle tante fiction televisive che da anni attraggono percentuali molto alte di telespettatori e che poi suscitano ampi dibattiti (per quanto un dibattito sui social network possa essere definito tale), The Young Pope è largamente ignorato. Sarà perché il regista Sorrentino fa parte ormai della categoria degli intoccabili (quelli che qualunque cosa facciano “è bella” per principio, tanto più che ha vinto un Oscar e quelli chi li tocca) e quindi ogni sua produzione si compra a scatola chiusa.

L’impressione, però, è che The Young Pope non sia stato capito dai più e perciò è difficile commentarlo. Lascia spiazzati. Da un punto squisitamente tecnico, il regista si conferma un abile sfruttatore di una storia, quella del cinema, pluridecennale: da Fellini a Wim Wenders a Oliver Stone, il regista italiano ha sempre attinto a piene mani dalla lezione di altri registi, furbescamente e anche abilmente. Vale per lui il discorso che si può fare per la musica di oggi: con cinquant’anni di grandi dischi – così come di grandi film -, chiunque abbia approfondito l’argomento e sia dotato di buon gusto e intelligenza non ha nessuna difficoltà a produrre musiche che attingono a piene mani dai vari Dylan Beatles, Stones, U2, De André, ecc. facendone un bel frullato misto.

The Young Pope, però, è una serie televisiva che si porta dentro un mistero difficilmente analizzabile. Troppo semplice catalogarlo nella solita critica alla Chiesa strumento di potere e di corruzione (cosa che comunque ogni tanto esce fuori: “Ha idea di quanti preti se ne andrebbero dalla Chiesa se lei cacciasse quelli omosessuali”, chiede il Segretario di Stato; “Certo che lo so, i due terzi”, risponde Pio XIII), perché quello è piuttosto l’argomento di contorno. Ben più volgare in questo senso era il film di Nanni Moretti sul Papa che dipingeva lui e il clero vaticano come una banda di vecchi rimbambiti. Troppo banale anche dire che è una versione clericale di House of Cards

Sorrentino ha invece costruito un castello con svariate aperture che si incrociano vicendevolmente, ognuna smantellando la precedente e lasciando aperto ogni sorta di interrogativo. È qui la genialità di The Young Pope. L’ambientazione è solo una scusa per mettere in pista domande esistenziali di portata allo stesso tempo universale e personalissima e la genialità è che queste domande se le facciano le più alte cariche della Chiesa. Come dire: siamo tutti uguali e niente è scontato.

The Young Pope non piace a chi ha eliminato totalmente dalla propria vita il problema Dio – chissenefrega di un Papa che si chiede se Dio esiste veramente visto che non me lo chiedo neanche io – e allo stesso tempo non piace a quei cattolici che ritengono di aver capito tutto della fede e di Dio e di domande, allo stesso modo, non se ne fanno e non vogliono sentirsene fare. The Young Pope invece può piacere a chi è tormentato dalla domanda che lo stesso protagonista si fa: Dio manifestati. In tutti i protagonisti emerge una lotta interiore tra se stessi e Dio, l’invocazione che Dio ci dia dei segni e la consapevolezza della nostra miseria che fa dubitare dell’esistenza stessa di Dio. Non per niente il motto di questo Papa, lo dice lui stesso,  è l’invocazione e lo slogan che vorrebbe che tutti i fedeli facessero proprio: “l’assenza della Presenza”. Una fede disincarnata, un uomo piccolo piccolo davanti a un Mistero che lo angoscia. 

Papa Pio XIII è un uomo lacerato dal dramma vissuto da bambino: l’abbandono dei genitori e l’abbandono o l’accoglienza sono sempre ciò che determina il carattere esistenziale di una persona, anche un Papa. Per questo può dire “crederei a Dio se avessi visto mio padre e mia madre”. Essere orfano non gli permette di avere qualcuno sopra di sé, non crede in Dio per la mancanza di un padre terreno. Ma è anche genuinamente interessato a capire se Dio è per lui quel padre che possa rispondere al suo male di vivere. 

Il giovane Papa è convinto di essere stato eletto per giochi di potere all’interno del conclave, ma la sorpresa spiazzante è che lo stesso Segretario di Stato (l’ottimo Silvio Orlando) è costretto ad ammettere di non essere riuscito a manovrare, come in passato, i voti dei cardinali e, spaventato a morte, dice che questa volta lo Spirito Santo ha veramente agito di sua iniziativa. 

Dunque ecco aprirsi un’altra domanda: perché Dio avrebbe voluto un Papa che con i suoi comportamenti minaccia di distruggere la sua stessa Chiesa? Non è un riferimento a Bergoglio, accusato dai tradizionalisti di star distruggendo anche lui la Chiesa, perché il giovane Papa agisce per puro spirito di vendetta contro tutti e tutto, in questo mondo smascherando le ipocrisie dei tanti intorno a lui. Come dire: muoia Sansone con tutti i filistei. Fa del male perché non sa cosa sia il bene, ma, come ha notato intelligentemente Aldo Grasso, vale la pena ricordarsi che, a parte San Pietro e i capi della Chiesa dei primi secoli, si è dovuto aspettare Giovanni XIII perché un Papa venisse definito “buono”. 

The Young Pope è un duello teologico e umano di grande spessore che si gioca tra il Papa e il Segretario di Stato, un uomo la cui fede è talmente vacua che per darsi una certezza di fondo deve tenersi in casa un ragazzino autistico perché, dice, “saremo dei peccatori fino all’ultimo istante della nostra vita, tu invece sei l’unico santo e l’unico che non peccherà mai”. Perché il ragazzino, non essendo capace di capire la realtà, estraneo alla realtà, insomma essendo “stupido”, non può fare del male. Una visione della fede totalmente ideologica, perché il problema non è non peccare, perché tale è la nostra natura, ma ricominciare sempre, dopo ogni caduta, anche la più terribile. Ma solo chi ha coscienza di Dio come essere misericordioso può capirlo.

Alla fine della seconda puntata, dopo aver tenuto un ritmo eccellente, The Young Pope comincia a sfaldarsi in un polpettone da tipica fiction televisiva: per eliminare il Papa – e quindi salvare la Chiesa -, il Segretario di Stato non trova di meglio che cercare di incastrarlo in uno scandalo sessuale. Vedremo se il resto della serie è destinato a naufragare o porre altre domande appassionanti.

In ogni caso, come in This Must Be the Place, il suo film più bello in assoluto, Sorrentino evidentemente è una persona che non smette di interrogare il suo cuore e mai in modo banale. Come continua a ripetere Cheyenne, il protagonista di quel film, “Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma mi ha disturbato”. The Young Pope, in fondo, potrebbe essere lui.

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