IL CACCIATORE/ Dal lutto alla speranza, il “frammento” di Cimino entrato nella storia

Quarant’anni fa usciva il film di Michael Cimino, la cui sequenza finale rappresenta il mood di una generazione su un evento storico importante

15.12.2018 - Massimo Bordoni
Una scena del film

Pochi registi hanno saputo rappresentare in un unico frammento di cinema il mood di una generazione circa un determinato evento storico come Michael Cimino ha fatto con la sequenza finale de Il Cacciatore (The Deer Hunter, 1978), di cui ricorre oggi il quarantennale. Mike (Robert De Niro) ha riportato a casa la salma dell’amico Nick (Christopher Walken, Oscar per il miglior attore non protagonista), morto suicida in Vietnam causa gli strascichi psichici della “sporca” guerra. Dopo le sue esequie, gli amici si ritrovano per il pranzo, e nel commosso silenzio intonano “God Bless America”, spontaneo orgoglioso omaggio all’amico scomparso, simbolo di una generazione sacrificata sull’altare dell’imperialismo e della politica militaresca dei tempi della Guerra fredda. Il lutto per una morte violenta e giovane, immotivata – in parte rappresentato da Cimino per spirito critico -, si trasforma così anche in una speranza, in un finale quasi ottimista e aperto sul vitalismo della cultura americana più autentica.

Con Il Cacciatore Michael Cimino, un sovversivo di Hollywood al secondo film professionale, mette in scena soprattutto le ferite che la guerra del Vietnam ha lasciato nel tessuto umano della civile America. Non intende raccontare la guerra, ritenendola – come sostengono tutti i reduci di tutte le guerre – esperienza incomunicabile per chi l’ha vissuta e incomprensibile per chi no; piuttosto intende dare conto di una sconfitta, generazionale e sociale prima che militare. Singolare infatti, per un film sulla guerra di oltre tre ore, la scelta di non mostrare nessuna vera e propria scena di battaglia.

Magniloquente, a tratti enfatico, ma capace di momenti di sincera partecipazione emotiva, il film ruota attorno ad alcuni episodi, realistici nella linearità del racconto, ma capaci di diventare allegorici per conferire al tutto il vago sentore di un sogno a occhi aperti, spesso confinante con l’incubo. La lunga sequenza iniziale del matrimonio tra Angela (la quale, si capirà poi, aspetta un figlio da un altro) e Steven (John Savage) evoca la vita gioiosa di una comunità e poi, quando due gocce di rosso vinsanto cadono furtive sul bianco vestito della sposa, l’imminente tragedia.

La caccia al cervo in montagna, cui i cinque amici si dedicano dopo il banchetto nuziale, assume le sembianze di un duello uomo-natura ad armi pari (“un colpo solo”), che perciò induce a un parallelismo per sottrazione con la guerra, insensato arbitrario e amorale gioco al massacro.

Anche il macabro rito della roulette russa, momento tra i più forti del film, rimanda ad altro: è questa la metafora principale, cioè la guerra è come la roulette russa, il semi-conscio suicidio di una generazione. Infatti, Nick trova alla fine quella morte tanto inseguita, dopo il crollo nervoso debito delle fortissime emozioni della prigionia nella palude infestata dai topi. La sua reiterazione del gioco-roulette altro non è che l’impossibilità di superare il trauma della guerra, da quelle gabbie di giunchi e bambù lungo la palude Nick non è mai realmente uscito.

I tre della compagnia che partono per il Vietnam all’inizio del film diventano anche, ognuno con la propria diversa sorte, dei simboli delle diverse situazioni/condizioni cui si ritrovano i reduci – e con essi una intera generazione – dopo la sconfitta. Colpito nel fisico Steven, che perde le gambe; colpito nella psiche Nick, che impazzisce e poi persegue la morte sfidando a oltranza la sorte con la roulette russa; colpito nel morale Mike, che non riporta ferite visibili nel corpo o nella mente, ma cui l’esperienza del Vietnam e della perdita dell’amico Nick segnerà il resto della vita.

Tra le interpreti femminili si segnala Meryl Streep, qui al suo primo ruolo importante. Nella parte di Linda, amante di Nick e poi di Mike, la Streep ha modo di profondere a più riprese la sua azione recitativa preferita: il pianto.

Fa strano oggi ricordare come in Italia Il Cacciatore, uscito nell’aprile 1979, sia stato giudicato reazionario da buona parte degli intellettuali di corrente comunista dell’epoca, per la presunta immagine negativa che il film proponeva dei Vietcong e del loro leader Ho Chi Minh. Come sosteneva il grande Gianni Brera, la più grossa invenzione degli italiani è la propria – di sé medesimi – intelligenza.

Meritati i due Oscar principali – film e regia – per un’opera che, come alcune altre dello stesso taglio, ribadisce il potere dell’arte cinematografica come, anche, veicolo di denuncia sociale e memoria storica. Anche se Michael Cimino ha avuto problemi a continuare nel mainstream hollywoodiano la sua carriera dopo il fiasco del terzo film (I Cancelli del Cielo, 1980), gli tributiamo oggi un omaggio – a due anni dalla scomparsa – per averci regalato Il Cacciatore, capolavoro di azione e di riflessione, con un finale di ammirevole misura e commovente bellezza.

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