CLICK DAY E DECRETO FLUSSI/ I provvedimenti che non aiutano né le imprese né gli immigrati

- Natale Forlani

Le politiche per l'immigrazione andrebbero ripensate. I decreti flussi e i click day non aiutano a migliorare il mercato del lavoro

antibiotici (LaPresse)

Sono in corso le procedure per assegnare le 136mila quote di ingresso per motivi di lavoro riservate ai cittadini extracomunitari previste dal decreto flussi per l’anno in corso. L’attribuzione delle quote è articolata in tre sezioni, l’ultima delle quali il 12 dicembre riservata ai lavoratori stagionali, che fa seguito a quelle già avviate il 2 e il 4 dicembre per i lavoratori subordinati, le colf e le badanti e per gli operatori sociosanitari.

L’assegnazione delle quote avviene sulla base dell’ordine cronologico della presentazione delle domande. Un’autentica lotteria, data la preponderanza del numero delle domande che sono state precaricate nel corso del mese di novembre, circa 608mila: 253mila per l’assegnazione delle 52.770 quote riservate ai lavoratori subordinati; 261mila per gli 82.550 lavoratori stagionali; 86mila per le 9.500 colf e badanti. Domande che devono essere confermate all’apposito sito del ministero dell’Interno nell’occasione dell’apertura formale dei bandi. Le domande eccedenti la disponibilità delle quote già programmate possono partecipare all’assegnazione di quelle che saranno rese disponibili con il nuovo decreto flussi del 2024 a partire dal 7 febbraio prossimo.

Nonostante le critiche, e i numerosi interventi rivolti a semplificare le procedure per il rilascio dei permessi di soggiorno, il click day rimane da oltre 20 anni la principale modalità adottata per autorizzare gli ingressi per motivi di lavoro. Integrata, come noto, dalle periodiche sanatorie degli ingressi irregolari, o presunti tali, che nel frattempo si sono accumulati nel territorio nazionale (5 nel corso degli anni duemila, l’ultima delle quali nel mese di agosto 2020 nel corso dei lockdown). Il click day è l’ oggetto di numerose critiche: per la sostanziale impossibilità dei datori di lavoro di preselezione dei lavoratori nei Paesi d’origine che rende incerto l’esito occupazionale della procedura; per i tempi lunghi della gestazione delle pratiche (l’assegnazione delle quote, il rilascio dei nulla osta da parte delle ambasciate nei Paesi d’origine; la sottoscrizione del contratto presso gli sportelli per l’immigrazione), che risultano incompatibili rispetto ai fabbisogni professionali delle imprese.

Nonostante la mole delle semplificazioni intervenute, i tempi del rilascio effettivo dei permessi di soggiorno per motivi di lavoro richiedono diversi mesi. Allo stato attuale non sono state ancora completate le procedure relative ai due bandi annuali precedenti e della sanatoria dei rapporti di lavoro varata nel corso dell’emergenza Covid (secondo semestre del 2020).

I numerosi click day e le sanatorie rappresentano per le comunità straniere già presenti nei nostri territori nuove occasioni per veicolare l’ingresso di parenti e conoscenti dai Paesi d’origine e che assumono nella fattispecie anche il ruolo di intermediari fiduciari nei confronti delle imprese e delle famiglie che si candidano ad assumere questi lavoratori. Un modello che ripropone su scala internazionale la funzione del passaparola, che da sempre caratterizza una parte significativa dell’incontro tra la domanda e offerta nel nostro mercato del lavoro. Favorita nella fattispecie anche dalle particolari concentrazioni professionali e territoriali delle comunità di origine (ad esempio, gli indiani e i centroafricani per il lavoro agricolo, le Filippine e la Moldavia per quello domestico).

Il ruolo delle comunità di origine si rivela, come del resto accade anche negli altri Paesi di accoglienza, un fattore apprezzabile di attrazione e di facilitazione per i percorsi di integrazione. Un aspetto positivo che comunque non può sostituire l’esigenza di programmare i nuovi ingressi sulla base di una corretta definizione dei fabbisogni del mercato del lavoro.

Su questo terreno il modello italiano della programmazione delle nuove quote d’ingresso risulta ancora orientato dalla presa d’atto della carenza di lavoratori disponibili nel territorio nazionale per soddisfare la domanda di lavori esecutivi che comportano fatica e disagi di varia natura. Aggravata dalla progressiva fuoriuscita dei lavoratori anziani italiani dal mercato del lavoro. Dopo una relativa stasi nella seconda decade degli anni duemila in parte compensata dagli ingressi dei lavoratori comunitari, in particolare dei rumeni, che rappresentano di gran lunga la prima comunità di origine in Italia, la domanda di nuovi immigrati è esplosa dopo l’emergenza Covid. Al punto di influenzare anche le scelte delle forze politiche del centrodestra, tradizionalmente restie ad assecondare i nuovi flussi migratori, e del Governo in carica, che ha messo in atto un programma triennale che prevede un ingresso di 450mila nuovi immigrati entro il 2025.

Su questo terreno si concentrano tutte le ipocrisie del dibattito politico sul nostro mercato del lavoro.

La recente indagine Excelsior (ministero del Lavoro Anpal, Unioncamere) sulle previsioni delle nuove assunzioni mette in evidenza che la quota della domanda delle imprese rivolta specificatamente agli immigrati per l’assenza di disponibilità di lavoratori autoctoni si sta avvicinando a una media del 25% sul totale delle nuove assunzioni. E la supera di gran lunga per le mansioni che richiedono una bassa qualificazione nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, del turismo, della ristorazione, nella logistica e dei servizi per le imprese e per le persone. Presso il Fondo dei lavoratori domestici dell’Inps la quota delle colf e delle badanti straniere supera di gran lunga il 70% delle nuove attivazioni. Sono i settori caratterizzati dai bassi investimenti in capitale, da un’elevata componente di lavoro a termine e stagionali e da prestazioni sommerse. Nel concreto l’esplosione della domanda di lavoratori immigrati, quantificata peraltro in modo approssimativo, è finalizzata a rendere sostenibili queste attività economiche che risultano caratterizzate da un’ elevata flessibilità dei lavoratori e dalle basse remunerazioni.

Per farsi un’idea delle conseguenze generate sui lavoratori stranieri coinvolti, basta leggere i risultati della recente indagine dell’Istat sui redditi della popolazione residente (2022) che mette in evidenza che un terzo delle persone povere in Italia sono di origine straniera e tra queste circa il 40% dei 1,7 milioni degli stranieri poveri riguarda gli immigrati che lavorano.

Davvero singolare il fatto che di fronte a una domanda di lavoro superiore alla disponibilità degli immigrati già residenti le condizioni del reddito di queste persone risultino in costante peggioramento.

Tutti questi indicatori – l’inefficienza della programmazione dei nuovi ingressi e il peggioramento della condizione di lavoro e di reddito degli immigrati – attestano l’esaurimento di un’intera stagione delle politiche per l’immigrazione e l’esigenza di ripensare, migliorandola, la qualità della programmazione dei fabbisogni, coinvolgendo direttamente le imprese e le Agenzie di intermediazione per la selezione e la formazione dei lavoratori da inserire nel nostro mercato del lavoro attribuendo agli sportelli per l’immigrazione il compito di certificare il risultato in termini di inserimento lavorativo anziché perdere tempo nella gestione delle pratiche che generano il risultato opposto. Di coinvolgere pienamente i lavoratori immigrati già residenti nei percorsi attivi del lavoro per contrastare i circuiti illeciti che li sfruttano in modo indegno per un Paese civile.

Buona parte dei problemi che riscontrano una particolare attenzione nel dibattito sulla stagnazione dei salari e sull’aumento dei lavoratori poveri coincidono in via di fatto con la scarsa qualità della domanda di lavoro e con l’inefficienza delle nostre politiche per l’immigrazione, che risultano prevalentemente finalizzate a mantenere in atto l’equilibrio da sottosviluppo che caratterizza una parte significativa del nostro mercato del lavoro.

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