COME FAR RIPARTIRE L’ITALIA?/ Subito uno shock fiscale (in 4 mosse)

- Sergio Luciano

Il decreto Gualtieri anti-coronavirus è perfettamente inutile. Serve un vero shock fiscale, altrimenti le imprese chiuderanno. Ecco cosa fare subito

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LaPresse

Nell’insondabile tragedia che purtroppo ormai senza dubbio il coronavirus sta determinando in Italia, emerge con chiarezza la necessità di sostenere l’economia nazionale – e per ora soprattutto quella delle più importanti Regioni del Nord – che si sta avvitando in una gravissima crisi. Ed è oggettivamente sbagliato che dal governo sia per ora giunta solo una quantificazione di massima, peraltro inizialmente tanto debole da essere stata in pochi giorni raddoppiata, degli interventi futuri, ma nessuna indicazione pratica e di dettaglio di quel che si può fare immediatamente per scongiurare fallimenti a catena e disoccupazione a valanga, se è vero – e purtroppo lo è – che la stessa prudentissima Cerved (la principale banca dati sui bilanci delle imprese italiane) ha pronosticato che un protrarsi della paralisi da epidemia comporterebbe appunto il fallimento del 10% delle aziende.

Cosa si può fare subito, dunque? Nulla che si limiti a portare benefici tra sei mesi o un anno: occorre qualcosa che si possa misurare sin da subito nei conti del mese in corso, di aprile, di maggio.

Alcune ipotesi balzano agli occhi. Vediamo quali.

1. Andrebbe introdotto immediatamente per tutte le società e anche le partite Iva individuali a prescindere dai fatturati l’Iva per cassa: significherebbe alleviare gli operatori dal gravame finanziario rappresentato dalla necessità di anticipare l’Iva su pagamenti che i clienti fanno sempre dopo la scadenza fiscale e che si allontaneranno ancor più, causa crisi;

2. Ancor più importante sarebbe congelare il pagamento del cosiddetto “cuneo fiscale”, ossia di tutti i contributi relativi alla parte immersa della retribuzione (versamenti previdenziali, assistenziali e fiscali) che andrebbero sospesi fino alla fine dell’emergenza epidemica e poi pagati a rate nei successivi due anni: basterebbe un piccolo costo finanziario, che la stessa Cassa Depositi e Prestiti potrebbe agevolmente sostenere, per coprire i circa 10 miliardi al mese di differimento di introiti che resterebbero comunque certi;

3. Un’altra misura immediata e fattibile sarebbe quella di riconoscere un credito d’imposta del 20% a tutte le imprese riferito a tutti i costi sostenuti per l’acquisto di servizi in concessione (energia, trasporti, autostrade etc).

4. Ancora: per far fronte alla prevedibile e già incipiente crisi di cassa, lo Stato potrebbe porsi come garante – per esempio attraverso il Mediocredito Centrale, che già svolge in molti casi questo ruolo e ne ha la strumentazione – per i finanziamenti a medio termine che le imprese chiedono, troppo spesso invano, alle banche. Con la garanzia statale, le banche erogherebbero.

Inevitabile la domanda: chi trova le coperture?

Ora, a parte il fatto che “finanziarizzando” gli introiti fiscali e contributivi differiti il costo per l’erario pubblico si limiterebbe all’onere finanziario dei prestiti sostituitivi che il fisco e gli enti dovrebbero chiedere, ci sono sicuramente nella massa enorme della spesa pubblica alcune voci rinviabili: per esempio gli investimenti in nuovi armamenti, inclusi nei 21 miliardi di spesa militare totale iscritti a bilancio per il 2020. Chi mai protesterebbe se, a fronte di una simile crisi, lo Stato italiano rinviasse 5 o 6 di quei 21 miliardi all’anno venturo?

In una simile calamità naturale sistemica e continentale senza precedenti, sarebbe poi una vergogna senza fine se l’Unione Europea non reagisse con compattezza e determinazione. Innanzitutto riconoscendo all’Italia e a tutti gli Stati membri ogni flessibilità di bilancio rispetto agli stanziamenti ad hoc per la reazione alla crisi epidemica.

Le deroghe ai parametri di Maastricht andrebbero immediatamente concesse dalla Commissione a tutti gli stati membri, con o senza il permesso della Germania, peraltro esposta quanto e più di tutti gli altri al flagello del coronavirus, data l’estrema esposizione che quella nazione ha da tempo ai rapporti personali e commerciali con la Cina.

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