CONFINDUSTRIA COSENZA/ Amarelli: le imprese vogliono crescere per riscattare la Calabria

- int. Fortunato Amarelli

Le imprese della Calabria davanti alle sfide del cambiamento. Per Amarelli (Confindustria Cosenza) è importante investire nelle infrastrutture, a partire dal Ponte sullo Stretto

Fortunato Amarelli, Amministratore delegato presso Amarelli Fabbrica di liquirizia Fortunato Amarelli, Amministratore delegato presso Amarelli Fabbrica di liquirizia

“Siamo nel pieno di una congiuntura difficilissima, dopo tre anni di crisi e dovendo fare i conti con tre transizioni importanti, quella ecologica ed energetica, quella digitale e quella sociale. Ebbene, le imprese della provincia di Cosenza e di tutta la Calabria sono consapevoli che la crescita di un’azienda non è più solo un interesse privato dell’imprenditore e degli stakeholders, ma diventa una responsabilità pubblica. Crescere infatti significa creare valore, riscattare la Calabria, dare lavoro ai giovani, frenare la fuga dei cervelli. Questo è il nostro compito davanti alle sfide che ci attendono”.

Il presidente Fortunato Amarelli presenta così l’assemblea, in programma il 25 novembre, di Confindustria Cosenza, che fa parte di Unindustria Calabria e che con Ance raccoglie un migliaio di imprese del territorio, la gran parte Pmi, attive nei settori della manifattura e dei servizi, ma anche imprese in grado di attirare capitali sia italiani che esteri. Anzi, “per quanto riguarda gli investimenti – ci tiene a precisare – la Calabria è un territorio competitivo in fatto di incentivi e di costi, che sono più competitivi rispetto ad altri territori italiani. Ecco perché la nostra regione è una piattaforma di delocalizzazione domestica e non”.

Presidente, che segni ha lasciato sul tessuto produttivo della Calabria il caro energia?

Come in tutta Italia le imprese hanno visto azzerare il profitto e cadere il margine operativo, in un contesto di grande difficoltà non legato solo al caro energia, che è oggi la crisi più evidente e trasversale: tutte le aziende hanno dovuto rivedere i loro listini, con un’esplosione dei costi che dalle materie prime si è poi via via allargata ai prodotti semilavorati e al settore dei servizi. Senza dimenticare che già nel 2020 molte aziende avevano già subìto un crollo del fatturato, che ha generato perdite colmate attraverso nuovo indebitamento, in parte garantito dallo Stato. E oggi il peso delle rate è un onere finanziario aggiuntivo che erode ancor pi il margine operativo.

Cosa vi aspettate nel 2023?

Oltre a questo fortissimo innalzamento dei costi, affronteremo anche un incremento del costo del denaro, viste le ultime decisioni sui tassi della Bce.

Come le imprese della provincia di Cosenza e della Calabria hanno provato a reagire a questa crisi?

E’ evidente che il prolungarsi di questa crisi ha costretto le imprese, non solo della provincia di Cosenza e della Calabria, ma di tutta Italia, ad aumentare i listini, il che sta ingenerando questa fortissima inflazione senza crescita che spaventa tutti. Ma le stesse imprese stanno dimostrando una grande attenzione verso gli investimenti nell’innovazione per ridurre questi costi. Molte realtà si sono adeguate con sistemi di Industria 4.0 o con l’installazione di impianti di energie alternative. E nell’ultimo anno l’accesso alla cassa integrazione nella nostra provincia è aumentato rispetto agli anni precedenti, il che sta a testimoniare che le aziende hanno dovuto rallentare la loro produzione.

Come definirebbe oggi lo stato di salute delle imprese cosentine e della Calabria? Prevale la preoccupazione o la voglia di riscatto?

Conosco quasi a uno a uno tutti gli associati a Confindustria Cosenza. Ci sono imprese, talune anche molto rappresentative del loro settore di appartenenza, molto ben organizzate e vitali. Basti pensare che nel 2022 l’export è cresciuto di oltre il 30% rispetto all’anno scorso. Il tessuto imprenditoriale è solido, sta affrontando una crisi che dura ormai da tre anni. E’ ovvio però, che in una situazione così allarmante, non può non esserci preoccupazione, soprattutto se guardiamo al futuro e ai dati macroeconomici.

La Calabria è una regione che ha bisogno di infrastrutture per sostenere il suo turismo e le sue imprese. Come procede la messa a terra in Calabria del Pnrr?

Può aiutare la ripresa e la competitività di questo territorio?

Credo proprio che ci aiuterà. Ci sono alcune grandi infrastrutture che si stanno già realizzando attraverso i fondi del Pnrr e ci sono alcuni progetti molto importanti, uno dei quali ricorre ciclicamente.

Fa riferimento al Ponte sullo Stretto. S’ha da fare o no?

E’ una grande infrastruttura, che offre molti impatti positivi: avvicina la Sicilia, dà senso e giustifica un’Alta velocità che arrivi fino a Reggio Calabria. Ne beneficerebbe anche il porto di Gioia Tauro, oggi lo scalo di carico-scarico più grande del Mediterraneo e il più vicino al canale di Suez. L’attività di Gioia Tauro, che nel 2022 è cresciuta ancora del 12%, rappresenta la maggiore impresa della Calabria e deve ovviamente essere servito da un sistema di trasporti, anche su rotaia, efficiente e adeguato. Le cito solo un dato: il porto di Rotterdam rappresenta il 24% al Pil dell’intera Olanda. Capisce bene quale volume potrebbe generare Gioia Tauro anche a favore della nostra regione.

“Tempo di cambiamenti”: così si intitola l’assemblea di Confindustria Cosenza che si terrà il prossimo 25 novembre. Quali sfide vi attendono?

Siamo in un periodo già di profonda transizione e di grandi cambiamenti, che il Covid ha accelerato. Davanti a noi abbiamo tre passaggi chiave, di cui appunto parleremo nel corso della nostra assemblea: la transizione ecologica, oggi energetica; la transizione digitale; la transizione sociale.

Partiamo dalla transizione ecologica, oggi energetica. Come la si affronta?

Abbiamo bisogno non solo di avviare una trasformazione attenta a un miglioramento del nostro environment, salvaguardando quindi l’ambiente, ma anche una trasformazione che sia sostenibile per le attività produttive.

Sul fronte della transizione digitale, di cosa avremmo bisogno?

La transizione digitale serve per essere competitivi a livello globale. Riguarda soprattutto le piccole aziende perché la scarsa digitalizzazione fa perdere competitività e produttività. Industria 4.0 potrebbe essere di grande aiuto, con un effetto traino per un innalzamento delle competenze dei lavoratori e della qualità del lavoro. Ma questa transizione riguarda anche la pubblica amministrazione. La nostra Pa è al 242° posto per digitalizzazione quando invece l’Italia è l’ottava potenza industriale del mondo. C’è un mismatching che non si comprende, dobbiamo assolutamente migliorare.

E la terza trasformazione?

E’ la transizione sociale: dobbiamo avere la capacità di trasformare la nostra società, che per quanto più evoluta delle precedenti, in realtà soffre di una grande miopia: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. E’ una forbice da accorciare, perché una società che ha davanti a sé questa prospettiva è destinata in futuro a soccombere. E’ una sfida fondamentale che è nell’interesse di tutti.

Che contributo vogliono dare in tal senso le imprese cosentine?

Il Centro studi Confindustria ha calcolato che se l’Italia volesse restituire il debito preso con il Pnrr, avremmo bisogno di un Pil che cresce del 6% nei prossimi cinque anni. Quindi le imprese calabresi, come tutte le imprese italiane, sono consapevoli che la crescita di un’azienda non è più solo un interesse privato dell’imprenditore e degli stakeholders, ma diventa una responsabilità pubblica. E noi sentiamo questa responsabilità: crescere significa riscattare la Calabria, dare lavoro ai giovani, frenare la fuga dei cervelli.

Che cosa chiedono le imprese della Calabria al governo e alle istituzioni locali?

Una sola cosa: avere certezze, a partire da tutti gli incentivi, di diversa natura, messi in campo dai governi negli ultimi anni: dal credito d’imposta previsto da Impianti Sud, che aggiungeva qualcosa ai fondi che già arrivavano dalla Ue, a Industria 4.0, dal Superbonus 110% al Pnrr. E’ una gestione estremamente caotica. Vuoi per una pubblica amministrazione, in sofferenza da moltissimi anni, che si è trovata forse impreparata a gestire questa enorme mole di incentivi, vuoi per una certa instabilità politica, visto che negli ultimi anni si sono avvicendati governi rimasti in sella in media 18-19 mesi al massimo. E tutto ciò ha generato molta incertezza. Gli imprenditori oggi non chiedono nuovi incentivi, chiedono che gli incentivi già in essere siano certi, nel rispetto dei tempi e senza effetti retroattivi, come è successo con il superbonus, resi pubblici con largo anticipo e con velocità di erogazione, così da consentire alle aziende una giusta programmazione e organizzazione. Vogliamo agevolazioni davvero agevoli per le imprese.

(Marco Biscella)

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