CONSIGLI NON RICHIESTI/ Dal manager all’operaio, i talenti da far fruttare nel lavoro

- Luca Brambilla

La parabola dei talenti ci ricorda quanto è importante l’impegno che bisogna mettere in quello che si fa, anche nel proprio lavoro

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Ci sono dei testi così ricchi di storia e significato che hanno avuto modo nel corso dei secoli di ispirare tantissime persone di epoche e culture diverse. In questo nuovo ciclo di articoli vi racconterò in che modo un professore di Comunicazione Strategica e negoziazione “legge” alcuni passi del Vangelo, cercando di spiegare come alcune parabole siano in gradi di fornire spunti operativi utili per approcciare in modo diverso le relazioni e il lavoro.

L’estratto a cui si ispira il mio articolo di oggi è la parabola dei talenti, dal Vangelo secondo Matteo 25:14-30. Il protagonista della parabola è un uomo che, prima di partire per un lungo viaggio, chiama i suoi tre servi e consegna loro i suoi beni. Al primo affida cinque talenti, al secondo due e al terzo uno. Colui che ha ricevuto cinque talenti decide di investirli guadagnandone altri cinque, e così anche il secondo, che a sua volta ne guadagna altri due.

Il terzo servo decide invece di nascondere il suo unico talento sottoterra per paura di perderlo. Quando il padrone torna dal suo viaggio si congratula con i primi due servi dicendo loro: “Bene, servo buono e fedele, […] sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone“. Quando invece scopre l’operato del terzo servo si infuria e asserisce: “Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha“.

Questa parabola ha da sempre generato un conflitto interiore nei commentatori più clericali. Alcuni ritengono che i servi siano chiamati ad attendere la venuta di Cristo, in questo caso rappresentato dalla figura del padrone, che infatti all’interno della parabola torna “dopo molto tempo“. Una seconda morale ipotizzata è rappresentata dall’idea che Cristo non giudichi in base alle ricchezze prodotte dai suoi discepoli, ma da quanto essi aderiscano alla sua Parola. Vorrei invece cercare di commentare la parabola con spirito curioso, traendone degli insegnamenti applicabili al mondo professionale odierno.

Il padrone della storia potrebbe essere rappresentato in chiave attuale dalla figura dell’imprenditore, che affida a ciascuno dei suoi collaboratori una certa quantità di denaro. È bene puntualizzare che all’epoca un “talento” corrispondeva a 6.000 denari, che a sua volta corrispondevano ad altrettante giornate di lavoro. Si trattava quindi di una grande ricchezza, e ciò dimostra come la relazione della storia nasca da una notevole fiducia del padrone nei confronti dei suoi servi.

Questi talenti non sono distribuiti in maniera casuale, ma secondo un criterio ben preciso, ovvero “a ciascuno secondo la sua capacità“. Ecco, dunque, che al primo servo vengono affidati cinque talenti, al secondo due e al terzo uno soltanto. Ognuno di essi è chiamato a rispondere di ciò che gli è stato consegnato in base alle proprie competenze.

Con il passare del tempo si nota come i tre servi gestiscono i loro averi in maniera differente: i primi due li investono e ne traggono profitto, mentre il terzo nasconde il proprio talento in un campo per paura di sbagliare.

All’improvviso il padrone torna e verifica cosa i suoi tre uomini hanno ottenuto da ciò che gli era stato affidato. Il primo servo, che aveva ricevuto cinque talenti, mostra di averne guadagnati altri cinque. Il padrone ricambia la fedeltà del suo servo attraverso la sua stima e la sua fiducia, ovvero conferendogli molta più autorità. Inoltre, lo invita a “prendere parte della sua gioia”, che, tradotto in chiave moderna, potrebbe significare partecipare agli utili e quindi ottenere un premio di risultato.

Anche il secondo è riuscito a ottenere più di ciò che gli era stato dato: da due talenti ne ha guadagnati altri due. Come si può notare, la ricompensa è identica a quella del primo uomo. Ciò significa che il secondo servo, per certi versi, è uguale al primo, perché ha fatto tutto quanto era in suo potere per tutelare gli interessi del suo padrone. I due servi non hanno potuto scegliere la quantità di talenti da ricevere, ma hanno dato entrambi il massimo per investirli al meglio. Ciò che conta non è il livello al quale si lavora, ma quanto quel lavoro viene svolto con cura, passione e dedizione. Per traslare questo insegnamento in una metafora attuale, si potrebbe dire che si può contribuire alla costruzione di un grande ospedale dirigendo un intero reparto, ma anche più semplicemente prestando il proprio servizio come infermiere. La differenza non è mai costituita dal “cosa” si fa, bensì dal “come” lo si fa, e questo passo del Vangelo lo testimonia.

Il terzo servo, come sappiamo, sceglie di giocare in difesa: nel timore di essere ripreso, decide di nascondere il suo unico talento invece di investirlo. La risposta del padrone è alquanto prevedibile, e include diversi passaggi che è bene sottolineare. Innanzitutto, il signore illustra la ragione della sua ira: sarebbe bastato molto poco (cioè mettere il denaro in banca) per ottenere di più. La punizione per aver tradito la sua fiducia è speculare alla ricompensa attribuita ai primi due servi: gli viene tolto tutto, poiché senza fiducia non può esistere una relazione, nemmeno tra padrone e servo. Infine, il padrone decide di affidare quel che aveva il terzo al primo, poiché egli ha dimostrato di essere in grado di farlo fruttare.

Questo pezzo del Vangelo potrebbe essere sintetizzato in due semplici concetti. Il primo è che non c’è nulla di peggio di un talento sprecato, il secondo, ancora più importante, è che Cristo ha dettato un criterio molto chiaro per valutare gli uomini, indipendentemente dal fatto che essi siano credenti o meno: “dai loro frutti li giudicherete” (Matteo 15:16).

L’invito che riceviamo tutti noi da questa parabola è quello di non lamentarci di ciò di cui disponiamo, ma di impegnarci ogni giorno per generare nuovi frutti con ciò che ci è stato affidato, poiché quando il padrone (o l’imprenditore) tornerà all’improvviso, ne godremo cento volte tanto. Di conseguenza, a chi è toccato il compito dell’operaio si ricordi di coltivare le proprie competenze, avendo come obiettivo quello di generare frutto, cioè valore per l’intera organizzazione. Chi invece ricopre il ruolo di responsabile, è bene che superi preferenze o antipatie personali e valuti le persone in base alla loro capacità di giocare fino in fondo i propri talenti e ai risultati che effettivamente hanno raggiunto.

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