CONTE-DRAGHI/ I calcoli sbagliati dei centristi sul premier e l’opzione Pd

- Stelio Mangiameli

Rinviato a domani l’incontro Draghi-Conte. La ricollocazione di Di Maio al centro alimenta ipotesi sul futuro del premier. Ecco cosa cambia

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Mario Draghi in conferenza stampa (LaPresse)

La decisione di Di Maio di lasciare il M5s “per senso di responsabilità” può avere come conseguenza la riscrittura del sistema politico italiano in vista delle prossime elezioni del 2023. Intendiamoci, non dal punto di vista contenutistico, perché i contenuti dei programmi dei partiti sono ancora sbiaditi per effetto delle larghe intese, ma dal punto di vista procedurale.

La contrapposizione tra Di Maio e Conte non è nata nei giorni scorsi ed ha ragione Conte quando afferma che un simile passo non si progetta e realizza in quarantotto ore, ma richiede una “agenda”, ed è presumibile che l’agenda vi sia stata e sia passata dalla presidenza del Consiglio, quasi sicuramente con un avallo della presidenza della Repubblica.

Al di là dell’oggetto del contendere – la salvaguardia degli obiettivi del M5s, la politica estera, o ancora i risultati delle amministrative e la questione del terzo mandato –, Di Maio punta, con la sua decisione, ad uno schieramento diverso da quello cui potrebbe essere aggregato il M5s, si colloca in un’area in cui il punto di riferimento è il presidente Draghi e della quale fanno parte figure come Renzi, che si assume il merito di averlo collocato a Palazzo Chigi al posto di Conte, e Calenda con +Europa. A questi potrebbero aggiungersi nel prossimo futuro quelli che si sono definiti i draghiani di FI e della Lega.

Un ipotetico schieramento del genere costituisce il partito di Draghi? Cioè un partito che vuole che l’esperienza dell’emergenza continui anche dopo le elezioni politiche, perché in fondo lo richiedono la gestione del Pnrr e la stessa pandemia, oltre alle vicende europee e alla guerra russo-ucraina.

Non crediamo che un partito di Draghi sia possibile, così come non lo fu quello di Monti, che cosparse la scena politica di orfani se non peggio. Draghi è una figura di spicco della Repubblica, poteva andare bene come Capo dello Stato, votato da una ampia maggioranza; può ancora andare bene per una presidenza del Consiglio dei ministri, gestita in tempi di emergenza e nei quali non era agevole il rinnovo delle Camere. Ma certamente non è un personaggio da lotta politica, da capo di uno schieramento destinato a scontrarsi con altri leader per la conquista del consenso elettorale. Chi spera nel suo gradimento (59% secondo Ipsos, 52% Tecnè) per far crescere il proprio consenso e aumentare i seggi nel parlamento ridotto del dopo riforma del 2021 è un illuso. Gli orientamenti degli elettori, soprattutto di quel 45% di astensione/indecisi, si formano sulle prospettive, non sulle gestioni passate, che nel caso italiano sono pressoché disastrose.

È augurabile che Draghi stesso sconfessi in qualche modo questo tentativo di dare vita ad uno schieramento che avrebbe come programma la sua permanenza a Palazzo Chigi. La sua esperienza, che ha avuto diversi pregi, ma anche molti limiti, è destinata a definirsi con le elezioni politiche e i suoi eventuali compiti futuri, in Italia, in Europa, o nel mondo, dovrebbero modellarsi sulla sua immagine tecnica di profilo internazionale al servizio di istituzioni e non di partiti.

Certamente un terzo polo può nascere lo stesso, ma con una bandiera diversa. In fondo, Di Maio, Renzi e Calenda non vedono di buon occhio il M5s e sono sinceramente ricambiati. Ma quanto pesano? L’ultimo sondaggio dà il primo al 2,3%, il secondo al 2% e il terzo al 3,9%.

Si tratta di un centro che ha difficoltà a crescere in un momento in cui paure ed esasperazioni degli animi la fanno da padrone. Quand’anche dovessero arrivare altre figure politiche da FI e dalla Lega, appunto si tratterebbe di figure, più che di voti.

Per di più, non è che tra Di Maio, Renzi e Calenda ci sia una identità di vedute politiche e spontanea simpatia reciproca; anzi, ognuno di questi critica l’altro con battute che non è il caso di ripetere.

Diverso sarebbe se un grande partito si aggregasse a questi “cespugli”, per ampliare l’area moderata e il pensiero va sicuramente al Pd. Siamo sempre nel discorso procedurale e non in quello ideale dei programmi. Per farsi, l’operazione dovrebbe convenire al Pd, più che ai Di Maio, Renzi e Calenda. Ma questo non è scontato, anche se l’alleanza con la sinistra e Conte non sarà una passeggiata, soprattutto se quest’ultimo riuscisse a passare all’appoggio esterno.

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