CORONAVIRUS/ “All’Ospedale Sacco, tra paura e solitudine, rinasce la vita”

- int. Giovanni Musazzi

Dentro all’Ospedale Sacco di Milano dove più alta è l’emergenza coronavirus. Parla il cappellano, don Giovanni Musazzi

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Pazienti malati di Covid-19 in una struttura d'emergenza nel marzo scorso (LaPresse)

Centro di riferimento per le emergenze epidemiologiche e gravi patologie infettive, l’ospedale Sacco di Milano, insieme allo Spallanzani di Roma, è assurto alle cronache di queste settimane di emergenza coronavirus per aver ospitato la moglie, poi dimessa, dell’ormai famoso “paziente 1”, l’uomo di Codogno che per primo si è ammalato. Adesso il Sacco, come tanti altri ospedali lombardi, è punto di ricovero dei tantissimi contagiati e sta vivendo giornate difficili. “Nel reparto malattie infettive dove si trovano le persone colpite dal virus” racconta don Giovanni Musazzi, uno dei due cappellani in servizio al Sacco, “è rappresentato tutto lo spettro della società che sta fuori: dai giovani agli anziani. Una cosa hanno in comune: la paura per quello che stanno vivendo”. Dall’altra parte, aggiunge don Musazzi, c’è invece il personale sanitario “che sta facendo un lavoro straordinario: da 16 giorni 12 ore al giorno senza sosta e senza lamentarsi. Altro che malasanità di cui ci lamentiamo sempre. In questi giorni nessuno si lamenta, non c’è tempo per farlo. C’è gente che ha bisogno e si deve rispondere a questo bisogno”.

Don Giovanni, lei nonostante l’emergenza virus continua a svolgere la sua attività al Sacco, è così?

Sì, sono qui tutti i giorni.

Ha possibilità di visitare i pazienti, ovviamente non quelli intubati, ma di incontrare le persone ricoverate?

All’inizio della crisi, siccome il virus era ancora del tutto sconosciuto, c’è stato un lavoro progressivo, anche di dialogo, con i medici che ci hanno sconsigliato di avvicinarci. Negli ultimi giorni il primario mi ha autorizzato ad avvicinarmi alle stanze dei pazienti.

In che modo avviene questo incontro?

Attraverso i vetri si può entrare in contatto con i pazienti, quelli che non hanno l’ossigenazione. Sono stato anche autorizzato, in caso di richieste, a portare i sacramenti, accompagnato da un medico. Ovviamente mi muovo con la tuta di biocontenimento.

Incontrando queste persone che impressione si è fatto? Come vivono la loro situazione?

Innanzitutto non sono solo anziani come si legge spesso, ma c’è tutto lo spettro demografico che normalmente si incontra per strada, dai giovani agli anziani. La mia impressione è che vivono gli stessi sentimenti di molti che stanno fuori: hanno paura. Hanno ancor più paura perché, sapendo che sono positivi, temono che la malattia degeneri in polmonite e quindi la polmonite si aggravi. Hanno poi una terza paura: essere trattati come animali da zoo.

In che senso?

Io stimo il professor Rizzardini (ex primario del reparto infettivo di Busto Arsizio, adesso al Sacco, ndr), che di fatto ha vietato la circolazione, anche nei corridoi esterni, proprio per preservare la dignità dei pazienti.

Sicuramente soffriranno anche la solitudine, visto che i familiari non possono andare da loro.

Certo. Purtroppo la solitudine è già presente negli  ospedali molto più di quanto si pensi. Questa situazione adesso esaspera questa solitudine. Ma personalmente sono anche preoccupato per il personale sanitario.

Stanno facendo un lavoro straordinario. In che senso è preoccupato?

Ho visto atti di vero eroismo e non perché non siano prudenti, anzi, tutelano loro stessi e tutti noi in ogni istante. Però ci sono persone che lavorano 12 ore al giorno da 16 giorni. Dovrebbe vergognarsi chi parla di malasanità, in Italia c’è una buona sanità. C’è gente come gli ausiliari che per 1.200 euro al mese stanno dentro la zona di infezione per fare la manutenzione dei tubi e non si lamentano.

Come è il rapporto con il personale medico?

In queste ultime due settimane ho fatto loro compagnia, aspettandoli vicino alla scala o all’ascensore. Molti di loro mi hanno detto: non puoi più fare il tuo lavoro normale di andare a trovare i pazienti, però puoi fare compagnia a noi.

Ne hanno sicuramente bisogno.

Infatti, anche loro sono vittime della solitudine. Diversi di loro mi hanno detto che è importante sapere che ci sono. Alla sera, quando tornano a casa, passiamo molto tempo al telefono. Molti di loro hanno dovuto mandare via i figli di casa per paura di infettarli o non vedono i genitori da settimane e non potranno vederli per i prossimi due mesi almeno. Io stesso non potrò andare dai miei per i prossimi due mesi.

Non si lamentano?

Tutto questo è stato accettato  come risposta alla realtà, la realtà ci chiede questo e noi facciamo questo. C’è uno striscione appeso alla porta del Sacco dedicato al personale medico: “Vi ringraziamo, voi siete tutta l’Italia”. C’è una Italia che è la speranza per il resto del paese.

Normalmente viviamo nel menefreghismo, ma davanti alle difficoltà viene fuori l’umanità più vera. E’ d’accordo?

Sì. In tutti c’è la mossa della propria libertà. C’è chi va avanti a fare il suo lavoro come se la realtà non esistesse, come se contasse solo la propria agenda. Invece c’è un gran numero di persone che dice: la realtà ci chiede una cosa che non volevamo, ma la facciamo lo stesso. Sta venendo fuori tutta la vocazione del medico e dell’infermiere.

Per chi ha fede, l’emergenza coronavirus ha coinciso con l’inizio della Quaresima e con la chiusura delle chiese. C’è chi dice che in questa prova Dio è assente. Secondo lei?

Il Signore non è assente, a mancare sono i nostri trastulli.

Che intende dire?

Per la Quaresima eravamo pronti a tutto, però erano tutte attività nostre: i fioretti, il digiuno. Invece Dio ci ha imposto la sua quaresima, ma questo dà fastidio, viviamo tutti ossessionati dal nostro fare, al cui interno ci mettiamo anche Dio. Quest’anno Dio ci ha chiesto questo.

E’ sufficiente per chi si sente abbandonato da Dio, per chi si lamenta per la chiusura delle chiese?

Mi piacerebbe azzardare che Milano, città che vive inseguendo il feticcio dell’agenda, delle cose da fare, è stata costretta a fermarsi un po’. Forse è una occasione per chiederci il senso del nostro tempo. Per cui chi parla a sproposito, chi ignora il problema,  chi fa finta di niente e dice noi le messe ce le facciamo lo stesso di nascosto, non ha capito nulla. Il problema non è se hai la messa o no, ma qual è il senso del tempo. Se Dio è padrone della storia, cosa ci vuole insegnare? Non lo sappiamo ancora, ma Dio c’è.

Lasciamo che ci parli invece di pretendere di parlare noi al suo posto?

La differenza è se Dio è qualcosa che dipende da me o se è un rapporto. Se è un rapporto, non è mai prevedibile. Non siamo certo contenti di questo virus. La parola crisi che in questi giorni usano tutti, non ha una etimologia negativa. Significa vagliare, dobbiamo prendere in mano quello che abbiamo e vagliarlo.

Sui social molta gente scrive che questa situazione ci aiuterà a cambiare, c’è chi scrive che la prima cosa che farà una volta finita l’emergenza sarà abbracciare tutti: è solo sentimentalismo?

Un paio di giorni fa avevo bisogno di una pausa, sono andato a fare una corsa nei campi dietro l’ospedale e ho notato delle famiglie, giovani papà, mamme e bambini con la bicicletta o seduti a giocare. Mi hanno colpito un papà e una mamma che giocavano con il figlio. Quel bambino vive una difficoltà, non può andare all’asilo, non può andare dai nonni, non può giocare con i suoi amici. Ma fra qualche anno cosa ricorderà di tutto questo? Ricorderà che papà e mamma hanno avuto tempo per lui. Questi genitori, più o meno coscientemente, facevano qualcosa di molto educativo. Il bambino in questo modo capisce sì che c’è un problema, ma anche che la vita non è un male.

(Paolo Vites)

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