CORONAVIRUS BRASILE/ Dall’Amazzonia alle favelas, così si spera di evitare la “bomba”

- Adriano Gaved

In Brasile c’è un aumento dei casi di coronavirus ma non un’esplosione. Bolsonaro però è diventato più serio: il suo consenso è in calo

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Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro con l'ex ministro della Salute, Luiz Henrique Mandetta (LaPresse)
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DIARIO CORONAVIRUS DA RIO DE JANEIRO – C’è aumento ma non esplosione. Sabato i casi di coronavirus hanno sorpassato i 10mila, con 432 morti. L’aumento rispetto al giorno prima è del 13 e del 20%, rispettivamente.

Il 60% delle morti si è avuto in São Paulo, ma le statistiche sono alterate da un ospedale per anziani che ha registrato da solo 79 decessi.

C’è preoccupazione soprattutto per cinque grandi città, anche se per motivi diversi. São Paulo con i suoi 22 milioni di abitanti entrerebbe in una spirale molto intensa. Rio de Janeiro ha favelas all’interno di tutto il tessuto cittadino. Brasilia, Fortaleza e Manaus continuano a ricevere viaggiatori da altri paesi e regioni.

C’è preoccupazione poi con i popoli indigeni dell’Amazzonia e il loro debole sistema immunitario. Il morbillo per loro è una malattia mortale.

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Il primo caso di coronavirus lì si è registrato a Santo Antônio do Içá, all’estremo limite occidentale dell’Amazzonia brasiliana, al confine con la Colombia. È un’infermiera di etnia Kokama che ha avuto contatti con un medico ed è tornata da un giro di visite nei villaggi della sua area con febbre e mal di gola. Il caso è emblematico. Il virus si diffonde attraverso quelli che lo combattono: di 175 infetti dello stato, 24 sono infermieri o medici. La Funai (Fundação Nacional do Índio), che ha giurisdizione sulle terre indigene, ha sospeso tutti i permessi di ingresso, ma alcuni leader indigeni di ritorno dall’estero non hanno seguito le raccomandazioni e sono rientrati nei loro villaggi violando la quarantena.

C’è la corsa ad aumentare le strutture necessarie, ma le autorità non nascondono che il sistema sanitario non potrebbe reggere un aumento generalizzato dei casi. Per ora comunque l’evoluzione sembra più moderata che quella vista in Europa.

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È esplosa, invece, la popolarità del ministro della Salute, Luiz Henrique Mandetta. Medico, di una famiglia di politici, si sta rivelando la voce calma, seria e autorevole di cui il paese sente il bisogno. Senza minimizzare i rischi, chiedendo comportamenti responsabili, indossando il giubbotto del Servizio Sanitario Nazionale è diventato giorno per giorno il medico di famiglia di tutta una nazione. Il 20 marzo il 55% dei brasiliani approvavano la sua azione, due giorni fa sono saliti al 77%.

Bolsonaro nel frattempo perde ancora appoggio popolare: ora il 40% dei brasiliani lo considera come pessimo e continuano le “spentolate” quando va a parlare in televisione.

E dire che il presidente ha mutato posizione. Dallo scherno per una “influenzetta” e dalle preoccupazioni per l’economia, nelle conferenze stampa ufficiali ha cominciato a difendere le misure preventive. In un’intervista a un giornale, però, gli è scappato che a Mandetta “manca umiltà”, che “dovrebbe seguire di più” le sue indicazioni, ma che non lo dimetterà di certo “nel mezzo della guerra”.

Interrogato sulle dichiarazioni del presidente, Mandetta ha riaffermato che lui fa parte del governo e capisce i limiti del suo ruolo, e che come medico non abbandonerà di sua volontà il paziente Brasile. Ancora una volta, ha brillato più del suo capo. Sono offese che non si perdonano.

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