CORONAVIRUS E LAVORO/ Le relazioni industriali da ripensare in Italia

- Giampietro Castano

L'emergenza legata al coronavirus offre l'occasione di ripensare anche il sistema delle relazioni industriali in Italia

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Nelle difficili settimane che stiamo vivendo, le organizzazioni della rappresentanza sociale (imprese e lavoratori) hanno svolto compiti importanti che, tuttavia, non hanno nascosto i limiti e la crisi che da tempo interessano il sistema delle relazioni industriali. Il Paese non ha sentito la voce forte e chiara di chi dovrebbe tutelare milioni di imprese e decine di milioni di lavoratori; le eccezioni sono importanti (accordi Fca e Ferrari, ad esempio), ma non sono tali da cambiare il quadro. Non me ne vogliano gli amici del Sindacato e di Confindustria: non hanno saputo cogliere l’eccezionalità del momento e sono state trascinate in un rivendicazionismo incomprensibile.

Neppure dopo aver stipulato a palazzo Chigi il Protocollo per la protezione dei lavoratori nelle aziende (un atto certamente significativo), i sindacati hanno rinunciato a “minacciare” scioperi. Le piccole corporazioni non hanno rinunciato a farsi sentire Ma non è questo il momento di recriminare. Che ci fosse una crisi della rappresentanza lo sapevamo prima del coronavirus e oggi stiamo solo osservando un’altra delle sue tante manifestazioni. La tragedia che stiamo vivendo ci spalanca orizzonti nuovi, da esplorare con interesse e passione. Spinge chi ha lungimiranza a immaginare modi nuovi di governare le relazioni sociali, a partire dalle relazioni nel lavoro.

È d’obbligo una considerazione basilare per evitare ogni equivoco: è urgente che nella nostra democrazia i corpi intermedi tornino a essere importanti, tanto più se le regole democratiche che conosciamo necessiteranno di “revisioni” per dare garanzie e tutele a tutti. È più che mai responsabilità di tutti ripristinare un equilibrato “balance of power” perché i problemi che dovremo affrontare saranno epocali. In verità alcuni li stiamo trascinando da tempo, altri si sono imposti in queste settimane.

È diventato luogo comune il termine “smart working”; oggi è diventato uno strumento fondamentale per la gestione di attività che altrimenti si sarebbero interrotte. Così il tempo di lavoro e il suo rapporto con il tempo “complessivo” sono di nuovo tornati al centro in forma del tutto inedita. Il rapporto tra persona e organizzazione del lavoro sarà uno dei temi importanti del futuro immediato, insieme all’accelerazione di innovazioni tecnologiche che interesseranno in modo massiccio anche i white collar. Questo a fronte di una quantità di lavoro disponibile che, nel breve periodo, dovrà misurarsi con l’enorme offerta di lavoro che si è creata in modo repentino. L’assistenza a strati sociali che la mancanza di lavoro rende improvvisamente poveri o indigenti, obbliga di conseguenza a ripensare le forme di assistenza alle quali il nostro Stato sociale non offre risposte. Anche la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro (temi non nuovi) stanno confrontandosi con situazioni inedite. La tutela personale sarà tanto importante quanto la tutela collettiva; il diritto personale alla salute dovrà essere garantito in modo assoluto.

Il lavoro al centro, dunque, con domande inedite, in un contesto globale che non è destinato a lasciare il posto ai localismi.

Questi e altri sono i temi del confronto sociale: alcuni inediti, altri meno, ma ora tutti urgenti. Per questa ragione è il momento di riflettere e dare risposte chiare sul ruolo delle parti sociali e sulle forme delle Relazioni industriali: come saranno regolate in una struttura economica e produttiva che cambierà con tempi e modalità che imporranno formazione e aggiornamenti permanenti? Come si diventerà capaci di far fronte a nuove esigenze di mercato (la globalizzazione non è morta anche se apparentemente sta poco bene), di orario, di gestione di nuovi modelli organizzativi e di controllo dei costi?

Qualche suggestione: sarà necessaria una guida centralmente ferrea e una gestione locale la più flessibile possibile; un vertice molto autorevole e strutture decentrate ben preparate, flessibili, capaci di dialogare con tutti gli stakeholder (e non solo con “il padrone”).

Ho detto un vertice perché oggi non è più eludibile l’unificazione dei sindacati storici e il contemporaneo “disboscamento” delle altre sigle minori e parassitarie. In questo modo il problema della rappresentatività e della legittimazione sarà meno cogente: l’unificazione e l’autorevolezza dei gruppi dirigenti saranno la “garanzia” migliore per tutti. Altrimenti sarà inutile ogni regolamentazione della rappresentanza perché dovremo registrare il fallimento dei corpi sociali intermedi (un momento grave per la democrazia).

Gli strumenti tecnico-legali dovranno essere coerenti con il principio dell’autorevolezza e della flessibilità: un solo contratto nazionale che definisca le regole generali (anche di carattere economico), traduca i diritti universali in diritti nelle imprese e abbia valore per tutti i lavoratori e per tutte le imprese. A questo si affiancano i contratti aziendali che, in quanto firmati dalle due parti legittime avranno valore erga omnes. Due negoziati con pari importanza: la gestione del cambiamento richiede visione generale, intelligenza attuativa e grande autorevolezza.

Il momento generale dovrà necessariamente affrontare, insieme al legislatore e non disgiuntamente, il tema fondamentale dell’universalità e della solidarietà sociale. Nessuno deve essere lasciato solo; stiamo sperimentando in queste settimane (per la prima volta nella nostra storia) un intervento a tutela di tutti i lavoratori siano essi piccoli o grandi, dipendenti o autonomi. È una scelta lungimirante costretta a utilizzare veicoli farraginosi (nessun lavoratore ha ancora ricevuto l’assegno di Cig!). Anche l’Ue, con il Fondo Sure, ha disposto uno strumento di tutela del lavoro. Questa è la prospettiva: tutele generalizzate (non solo economiche, ma formative soprattutto) e sussidi che accompagnino le persone lungo tutta la vita lavorativa. Saranno necessarie competenze importanti, capacità gestionali elevate e tanta, ma tanta sburocratizzazione.

Sono alcuni titoli dei problemi ai quali da tempo sono chiamate le forze sociali, ma che la “tragedia” rende urgenti; è solo una sollecitazione alla riflessione libera, dialogante e suggerisco l’immediata ripresa in sede istituzionale (Mise o ministero del Lavoro) di una discussione sul futuro delle relazioni industriali. Avverto questa urgenza perché commetteremmo un errore gravissimo se pensassimo che “dopo sarà come prima”: le sensibilità soggettive stanno già cambiando, i modelli organizzativi non saranno più gli stessi, i rapporti tra i popoli e tra gli Stati attraverseranno una fase molto complessa. Le democrazie saranno stressate e non tutte saranno in grado di difendersi da sussulti i cui prodromi già si intravvedono. I pifferai magici e truculenti avranno vaste praterie nelle quali scorrazzare.

L’uscita dalla tragedia che stiamo vivendo sarà caratterizzata da gradualità e strappi, da spinte discriminatorie ed egoismi; il corpo sociale non sarà in grado di sopportare a lungo i nostri limiti e le nostre incertezze. Sono in grado le grandi associazioni di rappresentanza dei lavoratori e degli imprenditori di rispondere a queste sfide? Me lo auguro fortemente e spero che quanti avvertono l’urgenza si facciano avanti.







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