FONDO EUROPEO SURE/ Il bivio italiano tra assistenzialismo e occupazione

- Natale Forlani

In Europa verrà attivato un fondo per sostenere i programmi di contrasto alla disoccupazione dei Paesi membri di fronte all’emergenza coronavirus

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Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue (LaPresse)
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In attesa delle proposte che dovranno essere presentate nella sede dell’Eurogruppo il 7 aprile, la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha anticipato l’intenzione della Commissione di proporre la creazione di un Fondo europeo destinato a finanziare l’erogazione dei sostegni al reddito per i lavoratori delle imprese costrette a interrompere, o ridurre, la produzione e l’erogazione dei servizi per le conseguenze provocate dall’emergenza sanitaria. Questa misura, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbe fornire risorse aggiuntive ai Paesi in difficoltà con l’obiettivo di salvaguardare l’occupazione nell’ambito delle attività produttive esistenti e di promuovere gli interventi rivolti a migliorare l’occupabilità dei lavoratori in vista della ripresa dell’economia.

Sulle caratteristiche del programma, denominato “Sure” (acronimo di Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), sono state fornite indicazioni molto generiche. In particolare sull’ammontare delle risorse che si intendono mobilitare e le modalità di raccolta e di erogazione delle stesse. Dalle indiscrezioni emerse nell’ambito della Commissione l’ipotesi è quella di costituire un fondo di raccolta per almeno 100 miliardi di euro, con l’emissione di titoli garantiti dagli Stati aderenti che accedono ai finanziamenti per cofinanziare gli interventi promossi dagli stessi per il sostegno al reddito e le azioni complementari di politica attiva .

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Con il varo del “Sure” prenderebbe corpo, anche se per una finalità emergenziale, l’idea di promuovere in ambito europeo una sorta di assicurazione sociale rivolta a contenere i rischi della perdita del lavoro. Caldeggiata, tra gli altri, anche dal ministro dell’Economia del governo Renzi, Pier Carlo Padoan.

Tale scelta, è stata accelerata con l’evidente intenzione di attenuare i contrasti emersi nel recente Consiglio europeo sul tema dei coronabond, e dall’intenzione di aggirare l’ostacolo, la contrarietà della Germania e dei Paesi nordici, con la messa a punto di una serie di interventi che vadano nella direzione di aiutare i Paesi in difficoltà. Senza particolari vincoli, salvo quelli relativi all’utilizzo corretto degli aiuti per le finalità degli interventi.

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Per l’Italia, il fabbisogno di finanziamento degli interventi di sostegno al reddito dei lavoratori difficilmente sarà inferiore a quelli investiti nel corso della precedente crisi economica, negli anni che vanno dal 2009 al 2014, oltre 30 miliardi di euro. Il concorso di una quota significativa di risorse europee al finanziamento degli interventi rappresenterebbe una boccata di ossigeno per il nostro Paese. Soprattutto se si tiene conto che a questo titolo, sommando i provvedimenti in essere con le risorse aggiuntive che il Governo italiano intende attivare con il nuovo decreto, le coperture richieste superano già di gran lunga i 20 miliardi di euro.

Tuttavia una mole cosi consistente di risorse meriterebbe una specifica riflessione sulla capacità del nostro Paese di finalizzarle efficacemente per gli scopi previsti. L’esperienza della crisi precedente non è stata idilliaca. Il recupero dei livelli occupazionali negli anni recenti è stato accompagnato da una significativa riduzione della qualità dei rapporti di lavoro e dal sostanziale fallimento degli interventi di politica attiva.

Non è migliorata la capacità di far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro. Gli indicatori sull’efficacia del sistema formativo verso il mercato del lavoro sono persino peggiorati. Un fallimento che ha riportato a reintrodurre la pratica dei pensionamenti anticipati, degli interventi di sostegno al reddito attivati caso per caso. E ad assumere la fallimentare decisione di destinare tutte le risorse della politica attiva del lavoro verso i beneficiari del reddito di cittadinanza, generando confusione tra le politiche del lavoro e quelle rivolte a contrastare la povertà.

La tentazione di utilizzare l’emergenza in atto per allargare le maglie dei provvedimenti assistenziali, con la creazione di fantomatici redditi di emergenza erogati sulla base di presupposti improbabili, è già palese. E riguarda anche una parte significativa della coalizione di governo. Un errore destinato inevitabilmente a distorcere l’utilizzo delle risorse anche nell’immediato futuro per via dell’affollamento delle richieste di prorogare gli interventi. Offrendo in questo modo buoni argomenti a quella parte dei paesi dell’Unione che mantiene dei pregiudizi riguardo la nostra capacità di utilizzare con efficacia le risorse che ci vengono messe a disposizione.

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