CORONAVIRUS/ Qualcosa non torna nella caccia alle fake news

- Mauro Bottarelli

Qualche giorno fa Facebook ha ospitato un meeting dell’Oms sulla disinformazione in Rete relativa al coronavirus. Una mossa sospetta

cina coronavirus 3 lapresse1280
Lapresse

Qualcosa non torna. E non sto riferendomi alla puntualità svizzera con cui il coronavirus è giunto a garantire una bella riattivazione in grande stile dello stimolo monetario in un Paese, la Cina, che rischiava una serie di default a catena su bond on-shore entro la fine della primavera. Quello era ampiamente preventivato. Scontato. Quasi puerile. La mia paura non è quella di un’economia e una finanza che sfruttino questa emergenza per precipitare ancora di più nel baratro della follia espansiva e monetarista: anche in questo caso, temo che ormai il punto di non ritorno sia stato ampiamente superato. Non a caso, il Giappone, la cui la Banca centrale sta comprando da trimestri interi anche l’aria per “stimolare l’inflazione”, ha appena postato il peggior risultato di crescita da 6 anni a questa parte: recessione alle porte, sayonara. Alla faccia dei keynesiani-sovranisti di ritorno e degli apologeti dell’helicopter money, ora godetevi – popcorn alla mano – un’altra bella lost decade. L’ultima, forse, stante le dinamiche demogafiche nipponiche.

Perché signori, una cosa è attendersi un risultato negativo dall’economia, un’altra è dover fare i conti con questo: -1,6 su base trimestrale e -6,3% su base annua, il secondo peggior trimestre in assoluto dalla grande crisi finanziaria. Come pensate che sarà la prossima lettura, stante la serrata globale causata dal coronavirus?

Ma tranquilli, c’è l’Abenomics, si stampa di più e passa la paura! Il tutto con la Banca centrale che già oggi acquista e sovrintende all’intero mercato, dai bond sovrani agli Etf. Comunque sia, è altro che deve preoccupare. Ovvero, il fatto che questa pandemia non avvicini la Cina a noi, costringendola finalmente a finirla con certe pratiche censorie e manipolatorie, bensì “cinesizzi” l’Occidente.

Mi spiego. Tutti i telegiornali hanno rilanciato con servizi carichi di enfasi l’audizione di Mark Zuckerberg alla Commissione Ue, al fine di trovare una quadra sulla questione fiscale e sulla lotta alle fake news sul web. Ciò che non vi hanno detto i tg, però, è che pochi giorni prima la stessa Facebook ha ospitato nel suo campus di Menlo Park, in California, un meeting convocato dell’Organizzazione mondiale della sanità, cui erano presenti tutti i big del mondo tech e social: Amazon, Twilio, Dropbox, Google, Verizon, Salesforce, Twitter, YouTube, Airbnb, Kinsa e Mapbox. Scopo della riunione? Bloccare la disinformazione sul coronavirus in Rete. Di fatto, censura.

E attenzione, vi anticipo: qui non si tratta di garantire patenti di credibilità a teorie cospirazioniste e dietrologie strampalate, lungi da me, bensì di difendere il pluralismo. Anche quello di chi spara idiozie, salvo perseguirlo anche penalmente se travalica nel procurato allarme o in altre fattispecie di reato. Anche perché, signori, parliamoci chiaro: per l’Oms anche il fatto che la Cina abbia silenziato l’allarme per giorni e gestisse allegramente la contabilità di contagiati e morti era una fake new da rigettare in toto, salvo poi rivelarsi vera per stessa ammissione delle autorità di Pechino. Al centro della preoccupazione, ovviamente, il punto nodale: il bio-laboratorio di massima sicurezza con sede a Wuhan, dove si operavano ricerche sugli agenti patogeni più pericolosi al mondo, è in qualche modo connesso alla pandemia? Detta in soldoni, anche l’origine animale del coronavirus rischia di rivelarsi una bufala o solo una mezza verità, aprendo la porta a uno scenario da Dottor Stranamore sfuggito di mano?

Ora, tutti sappiamo che gli esperimenti su armi chimiche e batteriologiche non sono affatto materia da film di Hollywood, bensì realtà. Per i cinesi, per gli americani, per i russi, per i nordcoreani. Forse, silenziosamente e spacciandolo per chissà quale sperimentazione in nome del progresso, anche in qualche laboratorio europeo si gioca a fare Dio con sostanze letali. Inutile prenderci in giro, la questione è nota almeno dalla guerra del Vietnam in poi. Non si può ammetterlo pubblicamente, almeno non per ora? Capisco anche questo, certe questioni attinenti alla sicurezza meritano segretezza. Il problema sta nel dove si traccia il confine. Perché da cittadino occidentale, preferisco un web in cui proliferano le teorie più strampalate che un paradiso distopico della scienza e degli eletti che decidono chi può parlare e chi no. Perché una cosa è garantire priorità e giusto risalto alle opinioni degli esperti, un altro silenziare a strascico chiunque osi dire una sillaba fuori dal coro. Magari, come nel caso della contabilità creativa dei contagiati, azzeccandoci.

Sapete qual è la mia paura? Che con il buon proposito di evitare allarmismi, ci si faccia prendere la mano e si ottenga come effetto collaterale il fatto che nessuno – come temo accadrà in Italia – sappia che mentre i tg dettagliavano la gitarella di Mr. Facebook a Bruxelles, un autorevole organismo accademico come la South China University of Technology di Guangzhou confermava che “il coronavirus probabilmente è stato originato in un laboratorio di Wuhan”. Per l’esattezza, un laboratorio dove si compiono esperimenti su animali – fra cui pipistrelli – e che dista solo 280 metri dal Seafood Market dove si sono registrati in primi casi di contagio. A parte TgCom24, eco di questa ricerca in Italia? Zero. Eppure, trattasi di un’università statale e decisamente prestigiosa, la quale ha pubblicato uno studio accademico con tutti i crismi, curato da un team di ricercatori e intitolato senza tanti giri di parole The possible origins of 2019-nCoV coronavirus.

Ma non basta. Perché mentre l’Oms e i giganti tech pensano a come utilizzare al meglio questa emergenza per ergere muri e tagliole censorie che, una volta imposte, difficilmente verranno tolte a pandemia cessata, la questione del laboratorio di Wuhan è giunta ai massimi livelli della politica americana, visto che il senatore repubblicano dell’Arkansas, Tom Cotton, ha presentato un’interrogazione al Congresso affinché si chiedano lumi alla Cina riguardo l’attività di quel bio-lab e sulla possibilità che sia stato un esperimento condotto al suo interno la vera origine del virus. Un pazzo cospirazionsta anche in seno al Congresso Usa? Pazzi anche a FoxNews, emittente che ha avuto l’ardire di intervistare il senatore nel corso della trasmissione di approfondimento del mattino più seguita della rete? Probabile, per carità. Ma continuo a pensare che una democrazia sia salda anche quando è in grado di saper gestire i “pazzi”, invece che rinchiuderli preventivamente. Perché ricordatevi che era proprio la salute mentale, la scusa preferita da regimi come quello vietnamita, cinese, cambogiano o sovietico per zittire la dissidenza e spedirla in un laogai o in un gulag o in un “campo di rieducazione”.

Solo propaganda anti-cinese in vista delle presidenziali? Magari sì, esattamente come la crociata contro Huawei, ri-scoppiata non a caso con tempismo perfetto e totalmente a freddo, almeno rispetto ai fatti di cronaca e alla pace sancita dalla cosiddetta Fase uno dell’accordo commerciale. Perché però l’Oms, entità sovranazionale, sente il bisogno di farsi ospitare nel campus di una società privata come Facebook – tra l’altro, tutt’altro che aliena a precedenti riguardo violazioni della privacy e addirittura interferenze nei processi elettorali – per incontrare i giganti del tech e decidere come meglio stroncare la “disinformazione” sul coronavirus? Non poteva farlo a Ginevra, nella propria sede o in quella di New York delle Nazioni Unite e rendere pubblico l’appuntamento, magari aprendolo alla stampa, essendo quest’ultima parte integrante del meccanismo di comunicazione verso le opinioni pubbliche? L’Oms non ha un ufficio stampa abbastanza efficiente? Oppure, l’Oms comincia ad avere qualche timore, visto che il bio-lab di massima sicurezza di Wuhan è parte del suo network di centri accreditati per la ricerca nel mondo?

In effetti, se mai si scoprisse qualcosa che potesse avvinarsi minimamente alle denunce della South China University of Technology di Guangzhou o del senatore Tom Cotton sarebbe sgradevole venire a conoscenza del fatto che l’Organizzazione mondiale della sanità ignorasse che in una struttura da essa riconosciuta ufficialmente si testassero agenti patogeni letali non per finalità mediche o di ricerca. Ancor più sgradevole, poi, se saltasse addirittura fuori che l’Oms non ne era affatto all’oscuro. Ripeto, certe materie necessitano segretezza e manipolazione garbata, inutile millantare diritti alla trasparenza universale che cozzano con la dura realtà del mondo e della sua leggi, terrene e di real politik. Rileggere Machiavelli, in caso certe dinamiche fossero sfuggite. Non a caso, ci sono volute sei settimane prima che emergesse la realtà riguardo il livello di consapevolezza dello stesso presidente Xi Jinping, relativamente alla gravità della situazione, come testimoniato domenica dall’articolo de Il Corriere della Sera. Quindi, chi diceva che i vertici del Partito erano a conoscenza ma minimizzavano o, peggio, tacevano i fatti, cos’era per l’Oms e i suoi amici del big tech? Anch’essi pazzi da silenziare preventivamente, immagino.

Ma dall’accettare le dure regole del potere ad applaudire alla censura preventiva di massa, utilizzando oltretutto il braccio armato di aziende private che operano nel campo ultra-sensibile e ultra-redditizio dei big data, della comunicazione social e nel web, ce ne passa. La stessa differenza che ancora persiste fra un sistema, perfettibile e stonato, come quello occidentale e la perfezione dittatoriale di regimi come quello cinese. Sotto cui, se permettete, vorrei evitare di dover vivere. Oltretutto, in nome di non si sa quali interessi e verità da preservare. Attenzione, perché la fobia per le fake news temo stia diventando sempre più un comodo alibi non solo per criminalizzare il dissenso. ma per eliminarne preventivamente la stessa agibilità sociale, mediatica e politica. E vale per tutto. Anche le truffe dei casinò come Wall Street e l’operato delle Banche centrali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA